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Novembre 2007

Brevi
backtrack di Giuliano Tomassacci




 
Highscores

The Bourne Ultimatum
John Powell, Decca Records
È la tenuta del carattere compositivo di John Powell a fare la differenza in un mare di colleghi contemporanei dall’emulazione facile e dal tratto opaco: il musicista inglese continua a sfoggiare una forma che da sola reclama la paternità di buona parte del manifesto di scoring post-moderno maggiormente opzionato dal mainstream, con un’idea di ritmo che ha avuto un’ascendente su almeno metà dei compagni zimmeriani di scuola Media Ventures/Remote Control (e non solo). Ma la scrittura si dimensiona anche in profondità e struttura, su percorsi tematici e melodici che non sanno mai di posticcio e sommario. Powell pare insomma l’alfiere di una modernità d’approccio storicamente coscienziosa, in grado di accogliere la responsabilità narrativa della tradizione cine-musicale all’interno del linguaggio attuale, programmando scenari che si muovono tra techno, club e concretismo su un’impalcatura significativamente funzionale al racconto per immagini. Si prenda l’esperienza nell’adattamento cinematografico delle avventure di Jason Bourne, la saga che senz’altro ha imposto ufficialmente la personalità del compositore e che trova in questo Ultimatum una risoluzione esemplare. Il carattere cool del miglior Roy Budd e l’eleganza del John Barry spionistico anni ‘60 convivono in una partitura che li aggiorna all’idioma post-moderno senza tradirne l’efficacia narrativa. Powell ancora una volta mette mano ad un sincretismo tra elettronica e acustica che innerva magnificamente le occorrenze action e le aperture intimiste, queste ultime preponderanti nel terzo episodio e risultanti in due rimarchevoli composizioni per archi: “Thinking of Marie” e “Faces Without Names”. Nonostante la partitura si applichi stavolta alle immagini con maggiore invadenza sonora, resta efficace la ricercatezza di un’organicità tra colonna rumori e commento originale: il tema del protagonista eseguito dal fagotto è ancora lo stendardo di una simile economia, affidato al legno già dal primo episodio per farsi strada tra le soniche dirompenti del missaggio ad alto impatto, come espressamente dichiarato dal musicista. Fanno la loro parte anche le ritmiche selvagge articolate nelle taglienti scritture per violini e le immancabili, scroscianti parti per percussioni esotiche assurte ormai a inconfondibile marca stilistica dell’autore e del franchise. Una miscela ad alto voltaggio che questo disco, pur rimanendo un passo indietro rispetto a The Bourne Supremacy, porta al compimento sperato.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
Ennio Morricone, Cinevox
Nell’anno del 25esimo anniversario della morte di Elio Petri arriva una nuova edizione del consacratissimo score di Ennio Morricone per Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Se è vero, come spesso notato, che il regista romano stimolò Morricone nella stesura di alcune delle sue partiture più definite sotto il profilo sperimentale e avanguardistico (la “concretezza” de La classe operaia va in paradiso e l’identificazione cromatica in Un tranquillo posto di campagna, più volte citato dal musicista tra i suoi lavori preferiti) l’apparente normalità compositiva non allontana il lavoro del 1970 da un simile frangente. L’anomalia è spostata stavolta sul piano contenutistico e si manifesta nell’insistenza di un tema portante esacerbato dalla reiterazione variata, praticamente incessante. Morricone, in uno degli assolutismi bitematici più funzionali, sdoganava una delle immortali forme musicali del proprio tratto: un incrocio tra tango e marcia sardonica il cui genuino mordente descrittivo è cristallizzato in una ritmica obliqua, che infine evidenzia il basilare modulo di due note ripetute come vera cellula motivica dell’impalcatura musicale (anche nel secondo tema, il sensuale “Miraggio”). L’idea è sintonizza alla tensione masochista dell’ispettore di polizia interpretato da Volontè, figurazione musicale di una cieca ossessione e di una lucida determinazione. Un’ostinazione rievocata anche nell’ascolto di questa riedizione digipack della Cinevox, grazie all’aggiunta di materiale inedito monoaurale (alterantives e tracce inutilizzate) e di sette registrazioni stereo, anch’esse finora mai pubblicate.


On Screen

Per il trittico di Die Hard John McTiernan e Renny Harlin ottennero da Michael Kamen tre score perfetti; una vetrina impeccabile della grande competenza action del compositore di Brazil, già ampiamente esplicitata ai tempi di Arma letale. Il quarto capitolo, scomparso Kamen nel 2003, abbisognava di un talento altrettanto scaltro e capace in quanto a musicalità testosteronica, e sulla carta Marco Beltrami sembrava scelta condivisibile. Ai fatti però il compositore italoamericano ne esce alquanto incolore, con una prova (Varèse Sarabande / Audioglobe) che rasola il manierismo vertendo quasi esclusivamente sulla routine della sua comprovata spigliatezza orchestrale (mentre nelle sale si ascolta il ben più interessante contributo a Quel treno per Yuma di Mangold). Non è da escludere che le difficoltà incontrate dallo stesso Kamen per il terzo Duri a morire, generate dalle limitazioni espressive di un film fin troppo costringente, abbiano attanagliato anche Beltrami in Die Hard - Vivere o morire, presumibilmente accresciute da un sequel ancor più serrato. Congetture che comunque si esauriscono di fronte alla stanca prova con cui Beltrami esce sconfitto dal paragone.

Qualche nota dentro il soundtrack di The Kingdom (Varèse) e ci si chiede: questo è Danny Elfman? Lontanissimo dall’immaginifico barocchismo della sua esclusiva vena, il compositore caro a Tim Burton svicola dal pathos di Batman, Edward mani di forbice e la Fabbrica di cioccolato per spingersi agli estremi del moderno sound ad alto impatto. Basso e chitarra elettrica abrasivi, synth-loop imperversanti, impalcature percussionistiche di stampo zimmeriano stile Black Hawk Down. Saltuariamente spuntano riflessi da Hulk e Men in Black, ma il cambio di registro è inaspettatamente radicale e l’esito fondamentalmente anonimo. Elfman esprimeva da tempo la volontà di affrancarsi dai generi in cui era stato lungamente confinato, e forse quel “grazie per aver avuto fede” rivolto al regista Peter Berg nelle note di copertina del cd certifica la riconoscenza per una possibilità a lungo agognata.

A descrivere l’ambizioso commento di John Ottman per the Invasion (Varèse) come una fusione degli score di The Bourne Ultimatum e The Kingdom non si sbaglierebbe più di tanto. La commistione formale approntata dal compositore di Superman Returns è in effetti al crocevia dell’elettronica radicale e dell’essenzialità orchestrale. L’approssimazione della definizione fallirebbe forse nel suggerire l’idea di un’ibridazione marcata, invero rintracciabile solo nella notevole “Life Goes On / Dance Of The Cells” (architettonicamente affine all’Elfman più genuino, in particolare quello di Mars Attacks!), apripista di un disco difficile e a tratti affascinante nonostante l’incompiutezza generale. Da apprezzare soprattutto per il coraggio di tornare a rischiare in un genere che dopo aver funzionato da laboratorio sperimentale fino a qualche decennio fa, si è negli ultimi anni seduto fin troppo comodamente sul sinfonismo tout court. Impossibile tacere, in questo senso, dei riflussi avanguardistici rispolverati da Michael Giacchino in Lost, serpeggianti a più riprese nel commento.

L’ultima conquista musicale di Francis Ford Coppola è l’argentino Osvaldo Golijov, al debutto cinematografico autonomo con un’Altra giovinezza (Deutsche Grammophon) ma già forte di una discografica molto apprezzata. Coppola è d’altronde tra i pochi esponenti della New Hollywood a non aver stretto negli anni una relazione continuativa con un compositore specializzato. Da Rota a Shire, da Barry a Kamen passando per le prestazioni del padre Carmine - mentre Spielberg e Lucas eleggevano Williams a loro mentore sinfonico, Milius si alleava vigorosamente con Poledouris, Scorsese riconosceva in Elmer Bernstein il preferenziale sublimatore dei propri tormenti filmici e De Palma faceva la spola tra Donaggio e Morricone. Resta però nell’opera coppoliana una precisa identità musicale, sottesa anche al lavoro di Golijov, che nell’etnicità dell’impasto e nel folklore melodico sovente richiama alla memoria assonanze con il tema rotiano de il Padrino. Sicuramente ispirato, il musicista dipinge su larga tela con pennellate di melodrammatico sentimentalismo (e qualche picco morriconiano) capace però di aprirsi a parentesi più sottili e stranianti (su tutte la ripresa onomatopeica del ticchettare temporale).


Off Screen

La Cinevox rimanda alle stampe due classici evergreen del suo catalogo, Profondo rosso e Giù la testa, entrambi espansi in edizione de luxe con materiali inediti e sottoposti in occasione dell’uscita a doppio disco ad un restyling in digipack. Sebbene le aggiunte al leggendario soundtrack di Goblin/Gaslini per l’horror di Dario Argento non manchino (da sottolineare 8 tracce jazz di musica di scena) la ristampa troverà degna accoglienza soprattutto tra i completisti e gli irriducibili del film, mentre l’edizione del 1996 resta ancora più che soddisfacente come versione di riferimento.

Maggiormente allettanti invece gli addendum allo score di Morricone per Giù la testa: alla selezione dell’album originale è affiancato un disco con 15 brani, versioni cinematografiche e alternative tra cui trovano spazio variazioni su “Mesa verde”, “Marcia degli accattoni” e “Giù la testa”, per un totale complessivo di più di 100 minuti di musica rimasterizzata.




Lo zoo di Talos (rejected score fuori dall’oblio)

C’è da esser grati alla Intrada per la pubblicazione nella sua Special Collection della colonna sonora di The Seven-Ups (Squadra speciale), sfortunato spin-off da Il braccio violento della legge licenziato nel 1973 prima del seguito ufficiale firmato Frankenheimer. Non solo per l’attraente ascolto dell’adusto score del jazzista Don Ellis - partitura all’insegna della dissonanza e della coloritura timbrica rigorosamente retta da archi e percussioni - e per la scoperta del (non troppo) antitetico score inizialmente proposto da Johnny Mandel, poi rifiutato dalla produzione, ma soprattutto per l’occasione di godere finalmente del mirabile commento firmato da quest’ultimo per il Verdetto di Sidney Lumet - incastonato tra le due versioni musicali del poliziesco di Philip D’Antoni.

Datato 1982, con la ripresa della sinfonia hollywoodiana già innestata e largamente metabolizzata, il trend del synth-scoring high concept in rapida ascesa, lo spartito di Mandel per il Verdetto trasuda scrupolo d’ingerenza (gli interventi limitati ad un pugno di brani), funzionale discrezionalità e una rigorosità formale ineccepibile. Riuscendo oltretutto a rifrangere la deriva psicologica e morale del protagonista Paul Newman con serpentina efficacia, nel rispetto di un testo votato all’understatement e ai mezzi toni. Un caposaldo della prassi cine-musciale moderna da annoverare tra gli imprescindibili del medium.