Giù la testa

Frontiere ed identità della forma
di Massimiliano Rossi

 
  Italia, 1971
di Sergio Leone, con Rod Steiger, James Coburn, Romolo Valli, Maria Monti, Rik Battaglia

Lo spettacolo

Il cinema deve essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è quello del mito. Il cinema è mito. Poi, dietro questo spettacolo, si può suggerire tutto quello che si vuole: attualità, politica, critica sociale, ideologia. Ma bisogna farlo senza imporre, senza prevaricare, senza obbligare la gente a subire. C’è lo spettacolo e poi, in seconda battuta, se uno vuole può anche trovare la riflessione. E’ molto più onesto lavorare così, presentando ad esempio la politica in questo modo, che non pretendere di dire la verità a tutti i costi. E’ proprio quando si crede di dire la verità (e quindi di rappresentare oggettivamente la realtà) che si dicono le più grandi bugie. Ci sono film diretti da registi di sinistra che sono dei veri e propri apologhi reazionari, e viceversa. Insomma il cinema è fantasia, e questa fantasia, per essere veramente completa, deve avere uno spessore.”
(Sergio Leone)
Quello che rende Giù la testa un’opera straordinariamente coinvolgente è il dominare della “spettacolarità” che caratterizza la struttura narrativa del film, nonostante questo argomenti un tema socialmente “serio” come la rivoluzione. Questo modo di concepire il cinema come spettacolo puro non può abbandonare Leone nel suo film sicuramente più sentito (Once Upon a Time in America a parte) ed esplicitamente-apparentemente politico.  Senza dubbio le citazioni iniziali di Mao Tse Tung tracciano un solco che dovrebbe condurre la narrazione del film verso direzioni mai affrontate nelle opere precedenti, ambientate nello spazio mitico del west, ma tale impostazione seriosa sicuramente non ha un carattere assoluto. La voglia e la ricerca continua da parte del regista di “giocare con le immagini” creano un divario, tra svolgimento narrativo e stile, che concettualmente esiste, ma che Leone riesce a ricongiungere con straordinaria eleganza e capacità figurativa. In fondo, sostiene Leone, Giù la testa che cos’è?: “E’ un film politico? Un film comico? Un film farsesco? Un film serio? Un film drammatico? Si, è tutte queste cose messe insieme.” Basti pensare che il titolo definitivo del film doveva essere: “Giù la testa, coglione!”. Proprio come la frase ripetuta dal rivoluzionario-ricercatore d’argento John-Sean Mallory prima di dar via a un’esplosione.

Doppia identità

Il dinamitardo irlandese entra ed esce di scena attraverso un elemento comune rappresentato dalle esplosioni, anche se con atteggiamenti differenti.  Nel primo caso, la dinamite, la nitroglicerina, le micce, non sono solo mezzi che consentono di svolgere il lavoro di ricercatore d’argento, ma sono soprattutto il marchio che si trascina da un passato da cui potrà liberarsi solo con la morte. Gli esplosivi sono degli elementi che derivano dal peso e dall’incubo di una rivoluzione già vissuta e già combattuta: "me ne è bastata una", risponde John alla domanda postagli da Juan a riguardo del suo pensiero sulla rivoluzione messicana; ma l’incubo rimane quasi costantemente presente e viene impeccabilmente sottolineato dalla funzione espressiva del ricorrente uso del flash-back, nonché dalla ragguardevole ripartizione tematica delle musiche di Morricone. L’incalzante tema musicale “Sean-Sean” (il cui titolo originale è in realtą “Gił la testa”) risulta “splendidamente opprimente” a livello narrativo, e l’oppressione è il segno che il ricordo del passato è fin troppo condizionante, al punto che, rivelando il suo nome all’amico Juan, l’irlandese risponde: “Sean (a bassa voce) – John (ad alta voce)”. Il tema musicale ci suggerisce, quindi, il nome (Sean) dell’amico di Mallory che scopriremo (attraverso un flash-back) traditore del dinamitardo a seguito di una tortura inflittagli per smascherare gli affiliati e simpatizzanti dell’IRA: il ritornello che esplica il nome del traditore andrà “morendo” proprio nel momento in cui egli cade in terra privo di vita. Inoltre, il traditore della rivoluzione irlandese muore contemporaneamente al traditore della rivoluzione messicana (il dottor Villega), come a sottolineare che la violenza della rivoluzione non risparmia nessuno, neanche la persone più strettamente legate fra loro (Sean-John Mallory). Questo è reso ancora più esplicito, anche se esteticamente con una resa non molto efficiente, nel flash-back finale (montato postumo nella versione italiana del 1996 e presente in alcune copie delle varie versioni europee del 1971) dove i due piani che lo costituiscono ci mostrano come i personaggi condividessero addirittura la stessa donna.

Il popolo
In netto contrasto si colloca il peone Juan Miranda, il quale conoscendo i travagli di una rivoluzione (“Io ci sono cresciuto in mezzo alle rivoluzioni”), secondo una logica di comodo vuole estraniarsene. Il dinamitardo, invece, vuole coscientemente tornare a riviverla ingannando il poveraccio, che a sua volta vede l’irlandese come mezzo per scassinare il Banco di Mesa Verde. Il vero mezzo, però, finisce per diventarlo Miranda stesso, che pur entrando nella banca (aiutato dall’azione strategica di Mallory e i rivoluzionari), non porta a compimento il suo intento. Questa volta i soldi sono sostituiti da prigionieri politici che il messicano, da eroe della rivoluzione quale è diventato, libera e porta in salvo acclamato dalla folla. “Ora sei un eroe!”, commenta John; “Ma che me ne frega d’essere un eroe. Io voglio i soldi!”, risponde il peone, a conferma del suo disinteressamento a riguardo, anche se ormai vi è ingenuamente e psicologicamente coinvolto, tanto che già conoscerà l’esito della rivolta ed arriverà ad acquistare una coscienza politico-sociale forse ancora più matura di quella del dinamitardo irlandese. “Rivoluzione? Rivoluzione? Per favore non parlarmi di rivoluzione! Io so benissimo cosa sono e come cominciano: c’è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice: - oh, oh, è venuto il momento di cambiare tutto -. Io so quello che dico ci sono cresciuto in mezzo alle rivoluzioni. Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: - qui ci vuole un cambiamento! – e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano, e mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore non parlarmi più di rivoluzione… E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente! Tutto torna come prima”. Queste sono le frasi con cui Juan si rivolge a John e questi reagisce gettando a terra un libro che stava leggendo: "The patriotism" (Il patriottismo) di Bakunin. Il peone, però, a differenza dell’atteggiamento di John, non trova incertezze nel cammino che lo porta alla ribellione verso Gunterreza, tanto che lo scontrarsi da solo con l’esercito di quest’ultimo dopo il ritrovamento dei figli morti nelle grotte di San Isidro, non solo assume il tono di una vendetta esclusivamente personale, ma si carica di un più ampio orizzonte politico-sociale. La lunga panoramica sui corpi dei figli senza vita del messicano non fa altro che sottolineare questo fatto, poiché al momento in cui Juan uccide il governatore il suo pensiero torna su quella panoramica, legata, però, al ricordo dei manifesti raffiguranti il governatore. In più la sequenza è legata alla presenza del tema musicale dal titolo “Mesa Verde”: la città, appunto, simbolo delle ingiustizie nei confronti del popolo.

L’echeggiante west
Giù la testa appare sicuramente il film più anomalo rispetto alle opere precedenti del grande regista. E’ la prima volta, infatti, che egli abbandona (o quasi) le storie dei pistoleri, degli echeggianti spari, dei saloon che tanto lo hanno reso celebre alle platee mondiali e sembra voler tracciare un divario tra questo sistema narrativo e quelle che saranno le sue prospettive future (l’America sognata e allo stesso tempo smitizzata di Once upon a time in America). Giù la testa comincia scenograficamente e strutturalmente come un “classico” film western (tanto che varie fonti critiche attribuiscono questa etichetta al genere del film), ma, con una progressione sistematica e lineare, si sviluppa in una dimensione narrativa che lo colloca completamente al di fuori di questo genere. Leone in realtà voleva già archiviare la “questione west” nel 1968 con C’era una volta il west. Si ricordi, infatti, come l’uccisione da parte di Armonica dei tre uomini che lo attendono alla stazione all’inizio del film, che dovevano essere originariamente gli attori protagonisti della trilogia del dollaro, sia sinonimo di rottura con il suo vecchio modo di fare western. In Giù la testa questo discorso sembra ripetersi quasi a testimonianza del fatto che l’autore voglia forzatamente ribadirlo (in fondo soprattutto a se stesso). In origine, peraltro, il film non doveva essere diretto dal regista romano, che avrebbe dovuto coprire esclusivamente il ruolo di produttore, oltre al fatto che in quel periodo (come nel periodo di C’era una volta il west) Leone era sempre più distolto dall’idea di Once upon a time in America. Il pensiero rivolto verso la realizzazione di questo film sarà dunque l’elemento che condizionerà i due lavori seguenti alla trilogia del dollaro, tanto che il regista li dirigerà concentrando il suo discorso in direzione della chiave fiabesca della narrazione (C’era una volta…, il west, in America, la rivoluzione – come tradussero il titolo di Giù la testa i francesi). Il cinismo più spietato si fa da parte, la dilatazione temporale che caratterizza varie scene del film prende sempre più consistenza rispetto alla produzione precedente, e va delineandosi il “sistema delle referenze storiche” (in Giù la testa siamo, appunto, storicamente intorno al 1914). Il tutto ancorato, comunque, a costanti stilistiche che caratterizzano tutto il cinema leoniano.

Questioni di stile

La sua tecnica - scrive Charles Silver - l’uso che fa della luce e dello spazio sono magistrali… Leone usa più primi piani di qualsiasi altro regista dai tempi di La passion de Jeanne d’Arc, 1928… Il tempo in C’era una volta il west è sospeso come per un rituale o una cerimonia “. Lino Miccichè sostiene a proposito di Per un pugno di dollari (e questo vale come sintesi di tutto il cinema di Leone): “Leone si afferma soprattutto come director, ovvero come uomo di spettacolo, dotato di una grande abilità linguistica, capace di un accorto dosaggio degli elementi narrativi, di una sapiente distribuzione dei meccanismi di suspence, di una straordinaria continuità ritmica”. E ancora Miccichè: “Leone attesta con grande evidenza il carattere fondamentalmente astratto del proprio cinema: il suo referente esclusivo, infatti, risulta essere non già la storia del west, sia pure filtrata attraverso l’epopea cinematografica che ne ha fatto il cinema americano, ma l’epopea cinematografica stessa; non la storia, cioè, e neppure il mito, ma la storia del cinema e la rappresentazione del mito”. Dunque il cinema di Leone non è né il cinema del realismo, che egli tende a rinnegare stilisticamente pur essendo passato attraverso la scuola neorealista (De Sica, Bolognini, Comencini), né il cinema della ‘realisticità’ nel senso generico del termine. È un cinema, si potrebbe dire, dalle tendenze surrealiste, che trova però la sua messa a fuoco nell’aspetto realistico della violenza. Nei western tradizionali ad esempio, gli uomini uccidono i loro simili per amore, odio e denaro. Nei film di Leone si può dire che lo facciano per esigenze estetiche: nonostante tenga a ribadire la non appartenenza al genere western di Giù la testa, il film è, comunque, sicuramente condizionato da questa caratteristica. Il sangue, gli spari, i fori di proiettile, il fumo, sono le testimonianze di uno stile tendente all’esagerazione, come di protesta (ed in sostanza lo è) alla vecchia concezione scenica della morte. Si pensi a come, in generale, la filosofia stilistica di Leone sia punto di riferimento per uno smisurato numero di registi (tra i quali Scorsese, Kubrick, Spielberg, Besson, Tarantino). Un particolare riferimento va fatto a Stanley Kubrick che, oltre ad imitare il metodo adottato da Leone di girare direttamente con la musica sul set, afferma: “Se non fosse esistito Per un pugno di dollari non avrei mai pensato ad A Clockwork Orange”. Non a caso è lo stesso Kubrick ad esigere la presenza di Ennio Morricone per la colonna sonora di A Clockwork Orange, anche se la scelta da parte del musicista di comporre le musiche di Giù la testa prevale sull’offerta postagli dall’artista americano. E’ curioso riflettere sul fatto che nel 1971, oltre al film di Leone, il musicista italiano è impegnato in altre ben 19 composizioni di colonne sonore. Il binomio Leone/Morricone è qualcosa che caratterizzerà per sempre la carriera di questi due grandi artisti, tanto che il regista dichiarerà di non poter andare sul set senza le musiche di Morricone. Naturalmente i risultati che ne derivano danno origine ad una rara espressività, proprio perché secondo il musicista “Sergio ha scoperto per pura intuizione che uno degli elementi fondamentali del cinema è anche un elemento fondamentale della musica, cioè il tempo, la temporalità. Rispettando questo elemento comune delle due arti si provoca senza errore un matrimonio perfetto”.

Director’s cut
Come le due realizzazioni precedenti, il film del ’71, data la sua eccessiva durata, trova difficoltà in fase di post-produzione. Sono eliminate, infatti, nell’edizione definitiva scene che ammontano all’incirca a quaranta minuti di pellicola. Pellicola che tutt’oggi, nonostante il restauro con l’aggiunta delle scene inedite (?), non ha trovato luce. Sarebbe straordinariamente interessante riuscire ad analizzare il film secondo la concezione originale del regista, ma difficilmente credo che questo materiale possa essere recuperato e ristampato. Forse questo alone di mistero che avvolge il cinema di Leone fa parte del suo stesso modo di fare cinema, dato che quasi sistematicamente lo si riscontra nell’aspetto formale dei suoi film (Once Upon a Time in America ne è l’esempio più alto).

E adesso io?
Ecco come si chiude la penultima fatica lavorativa di Leone; con una domanda, con un enigma che non ha soluzioni ma che trova una sola risposta nella frase che chiude e che allo stesso tempo da origine al titolo del film: “Giù la testa!