il Signore degli anelli: il ritorno del re

La poesia dello squilibrio
di Luca Persiani

la Compagnia dell'anello
le Due torri
il Ritorno del re
  Lord of the rings: the return of the king, Nuova Zelanda / Usa / Germania, 2003
di Peter Jackson, con Viggo Mortensen, Elaja Wood, Liv Tyler, Orlando Bloom, Miranda Otto


Quando Aragorn (Viggo Mortensen) si spinge a disturbare un esercito di morti, maledetti dalla sua stessa stirpe, per proporgli di combattere a fianco delle forze del bene in cambio della liberazione dalla maledizione, Peter Jackson chiude idealmente un cerchio. Il primo film americano del regista neozelandese, Sospesi nel tempo, con Michael J. Fox, era una commedia fanta-horror snobbata dal pubblico USA, piena di personaggi-fantasma dall'aspetto e dalla consistenza molto simili a quelli de il Ritorno del re. Un esordio sfortunato e misconosciuto, che poi ha generato però uno dei cineasti più importanti e potenti del sistema internazionale e una delle saghe più ambiziose e complesse della storia del cinema. Ora Jackson resuscita quei fantasmi in una delle posizioni chiave per l'avanzamento del racconto de il Ritorno del re: la "cavalleria" che batte le orde demoniche ed elefantesche delle forze del male. Una cavalleria risolutiva e inarrestabile, ma a cui poi basta una semplice frase di Aragorn per essere liberata e dissolversi nel vento, in beatitudine. Il cinema di Peter Jackson suggella così la sua conversione spettacolare da geniale fucina di invenzioni ultra low-budget a gigantesco meccanismo visionario popolare, le cui origini vengono inglobate e superate gloriosamente e giocosamente. Dopo la prova de il Signore degli anelli, Jackson è pronto ad intraprendere la sua sfida più personale e da più tempo perseguita: il remake di King Kong, il film che lo ha spinto a fare cinema. Il Ritorno del re è, dunque, il varco attraverso il quale Jackson, come gli hobbit che riprendono le loro vite, ritorna a ciò che era, ma con una consapevolezza - da realizzatore di una mastodontica saga epica - particolare e che pochi possono vantare.
L'ultimo capitolo della trilogia riassume precisamente tutta la grandezza e i limiti dell'operazione. Al centro, l'intensa attenzione per la complessità dei personaggi: Gollum/Smeagol, su tutti, è la punta di un melodramma schizofrenico che in altro veicolo cinematografico - di qualsiasi genere - sarebbe risultato disperatamente poco credibile. Intorno, la concezione mastodontica e cataclismatica dei movimenti delle battaglie come simboli ultimi di una lotta tra bene e male che trascende qualsiasi personalismo, per diventare il racconto dello scontro di due poteri mossi da necessità non più razionalizzabili. In entrambi questi aspetti, come un terremoto o una tempesta, il Ritorno del re offre ampi spazi di bellezza, terrore e forza, istanti di equilibrio e salti nel caos, dando l'impressione che - potendo ora mettere il tutto nella prospettiva del ciclo completo - ai realizzatori sia spesso sfuggito di mano il racconto. Ad esempio, il Ritorno del re sfodera un'ora di lungo prologo, costruito per montare le premesse della battaglia finale, ma tralascia poi la fondamentale e semplice spiegazione della follia - rendendola così un po' goffa e forzata - di Denethor, re di Minas Tirith (corrotto, nel romanzo, da una della pietre palantìr), con un effetto squilibrante sul realismo del racconto, la cui scelta appare dettata da ragioni poco comprensibili. Squilibrio che è l'emblema dell'impossibile lavoro di riduzione del libro di Tolkien, dell'opera di selezione e sfrondatura di episodi e personaggi e, infine, della scelta di cosa montare per la prima uscita in sala e cosa lasciare all'Edizione Speciale del film. Il lavoro selettivo e creativo alla base di ogni adattamento si moltiplica così esponenzialmente, la forma dell'opera diventa mutante e mai ultima. La narrazione, coerentemente, si adegua alle nuove frontiere produttive e distributive e diventa instabile, fluida, transitoria. I confini del racconto e dell'identità della storia si fanno sempre più labili, ma il fascino della narrazione rimane comunque saldo e necessario. Interpretata in questo senso, la trilogia dell'anello si impregna della stessa ideologia narrativa del Big Fish di Tim Burton, un film che sperimenta su se stesso le nuove forme del racconto, trovando una via originale per riunirle a quelle vecchie.
Così come il nuovo Jackson si riunisce a quello vecchio attraverso un viaggio realizzativo di proporzioni - inevitabilmente - mitiche, gli affascinanti scossoni e squilibri della trilogia de il Signore degli Anelli formano un percorso contemporaneamente unico e molteplice, punto di partenza inevitabile per qualsiasi riflessione sul cinema del presente e sul suo rapporto col Racconto. Che, come l'Anello, viene gelosamente custodito solo per sfuggire di mano, essere tradito, rubato, bramato, goduto e infine distrutto. E tutto unicamente per aspettarne con avidità il ritorno.