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Settembre 2008

Brevi
backtrack di Giuliano Tomassacci




 
Highscores

E venne il giorno
James Newton Howard (Varèse Sarabande/Audioglobe)
Repetita iuvant. Lo sanno bene M. Night Shyamalan e James Newton Howard, che dal 1999, con il Sesto senso, sono tornati negli anni ad una mirabile collaborazione artistica, replicando di volta in volta un inusuale e distintivo approccio al racconto per immagini: sincresi larga, massimo rispetto per l’integrazione del segno musicale alla traguardazione significante del testo filmico, rinnovata dignità alle retoriche dello scoring descrittivo. Raggiungendo solitamente livelli prossimi, se non allineati, all’eccellenza. E lo sa bene soprattutto Howard, come dimostra in questo commento per l’infelice the Happening, reiterando un’attenzione compositiva e una padronanza sintattica ancora sublimi, anziché cedere alle debolezze di una sceneggiatura maldestra - pur evitando protagonistiche sproporzioni narrative. Lavora nuovamente sull’espressività strumentale il compositore che dal connubio con il regista indiano ha ricavato buona parte dei suoi migliori lavori nell’industria, indirizzando stavolta il suo lirismo al violoncello della solista Maya Beiser. Lo score prende le mosse da un’impalcatura misteriosa di stampo "Ai confini della realtà", su cui trovano poi spazio gli stilemi significativi della partnership: impianti coloristici, dilatazioni orchestrali, un pathos melodico in continuità con il precedente Lady in the water e soprattutto una propensione alla circolarità sempre evidente nelle parti pianistiche. Elegante, preciso e mai pressappochista nella scrittura, Howard persegue più che mai la lezione williamsiana di bellezza espositiva, ma non è completamente immune alle falle risolutive del film. La partitura sovente finisce svilita anche nelle composizioni di maggior rilievo drammatico (“Be With You”) a cui l’album Varèse restituisce giusta rilevanza. Ribadendo peraltro l’importanza della collaborazione nell’attuale firmamento delle coppie regista / compositore, nonostante l’evidente incompletezza di quest’ultimo cimento.

Massacro al grande Canyon
Gianni Ferrio (GDM)
Molto più che a numerosi degli instancabili musicatori del western all’italiana adoperatisi, nelle stagioni d’oro del genere, in un fittissimo lavoro di personalizzazione del filone - dagli epigoni morriconiani più devoti agli occasionali emuli di un linguaggio decisamente archetipico - è al lavoro di Gianni Ferrio che spetta un’attenzione troppe volte venuta meno, anche a causa di un’esposizione minore rispetto a molti colleghi del sound spaghetti. Non foss’altro perché, in primo luogo, è proprio dalle convenzioni stringenti di questo sound autoctono che il compositore ha saputo affrancarsi con elasticità. Ferrio agisce in consonanza con le aspettative fruitive ma lascia aperti vividi squarci al vocabolario musicale originario, poi stilizzato e finanche rovesciato dalla scuola italiana: il classicismo americano di frontiera. Il commento di Massacro al grande Canyon (1964), recuperato dalla GDM e integrato di 12 tracce inedite rispetto alle altrettante presenti nell’originario vinile CAM, vale per molti. L’apertura di “Cow Boy” è esemplare: una tradizionale cavatina per chitarra (che potrebbe appartenere tanto a Steiner quanto a Tiomkin) anticipa uno svolgimento per archi dalla melodia già di per sé inedita rispetto al virilismo degli spartiti originati nel medesimo contesto. L’innesto scalpitante del galop per la ballata intonata da Road Dana sanziona poi la definitiva derivazione hollywoodiana - in seguito ribadita in “Wess” e “Giustizia è fatta”. Ed evidenti sono da subito anche la portata dell’orchestrazione, l’imbastitura tematica e la puntualità descrittiva (preferita alla composizione a “metraggio” tanto frequente all’epoca), che avrebbero trovato massima statura nell’imprescindibile Tex e il signore degli abissi.


On Screen

Del Toro abbandona Beltrami e sceglie per Hellboy II (Varèse Sarabande/Audioglobe) l’habitué del genere Danny Elfman, invero invocato sporadicamente anche nel primo spartito. L’outsider dello scoring moderno (in piena omologazione allo standard postmoderno con the Kingdom e Wanted), dal canto suo, non sembra fare altro: ricicla se stesso, concedendosi in uno sterile rispolvero della sua cifra barocca e carnevalesca. Plasma ambientazioni a là Cabal e reitera scenari armonici degni del miglior operato burtoniano, senza lesinare in quanto a melodismo “elfmaniano”. Ma l’autoemulazione, soprattutto se abbandonata al puro mestiere, paga poco sulle immagini e molto meno all’ascolto disgiunto: c’è la forma ma non il contenuto. E soprattutto l’anima sagace di una personalità attualmente in vacanza dal vigore narrativo di un tempo.

Tipica duttilità firmata John Powell. Per un film incostante, volubile e in bilico tra vecchio e nuovo come Hancock (Varèse), il compositore di The Italian Job conferma la sua capacità di armonizzare tradizione e innovazione cinemusicale, smalto sinfonico e idioma contemporaneo. L’eroe suo malgrado Will Smith imperversa su tappeti d’organo jazz fusion, riff blues e ritmici schioccar di dita. Quando spicca il volo l’orchestra lo asseconda in perfetta modalità da supereroe, come insegna la scuola anni ’80 (che Powell ha già avuto modo di sviscerare in X-Men 3 - Conflitto finale), ma senza venir meno ai tratti connotativi di uno degli autori più influenti del nuovo millennio: archi funambolici e assalti percussivi variegati. Plauso, ancora una volta, alla capacità di svecchiare nel massimo rispetto del passato.

Di fronte ad una replica quasi perfetta del primo commento proposto per Batman begins, in evidente rottura con lo standard dello scoring fumettistico (ad iniziare dalla voluta mancanza di un tema eroico a tutto tondo), il ritorno della coppia Hans Zimmer-James Newton Howard in il Cavaliere oscuro (the Dark knight, Warner) calamita tutta l’attenzione sull’interazione / conflitto della musica con la colonna rumori. Con il suo andamento ondivago e fluttuante, reiterativo ed ossessivo, crescente e catartico, il lavoro del duo è una forma d’onda continua che sovente raggiunge i limiti di saturazione dell’impianto sonoro, sviluppando un addensamento sonico con picchi prossimi al muro del suono in quel tema “punk” (così lo ha definito lo stesso Zimmer) profuso per il Joker (“Why So Serious?”), dove il già labile ed ambiguo confine tra i due livelli auditivi s’infrange in una zona di indeterminatezza semantica. Senz’altro, uno score inscindibile dal film.


Off Screen

La Beat Records inaugura una nuova collana (Limited Edition Series) con un connubio senz’altro inedito e accattivante: Gianfranco Plenizio ed Enrico Pieranunzi, che nel 1976 per Liberi, armati, pericolosi di Romolo Guerrieri unirono gli sforzi in un commento a quattro mani in piena osservanza degli italici canoni polizieschi. Le scorribande criminose di un terzetto di giovani rapinatori si contornano di una giusta controparte musicale fusion, dove gli interventi solistici del pianista jazz si integrano con eleganza al mestiere compostivo del famoso direttore d’orchestra cinematografico. Ottoni melodici, armoniche a bocca, chitarre acustiche e flauti dalle digressioni soul-funk, che interrompono saltuariamente l’atmosfera generalmente solare dello score ritmico, ribadiscono l’influenza di Schifrin sul filone - anche oltreoceano. L’enhanced cd confezionato in digipack include, oltre ad un booklet formato poster, un’intervista video a Plenizio realizzata da Daniele De Gemini, notevole per la lucidità di sguardo del musicista sul settore e la chiarezza espositiva (extra non comune cui si rimprovera esclusivamente l’estrema compressione video).

La seconda emissione della Beat per la nuova collana presenta un’ulteriore esempio di scoring urbano anni ’70, stavolta vergato da Carlo Rustichelli per Milano rovente di Umberto Lenzi (1973). Ma se l’iniziale “From Sicily to Milan” apre efficacemente alle suggestioni del polar francese (nel cast un’allora gettonatissimo Philippe Leroy) piuttosto che alle ritmiche jazz americane del precedente connubio, la successiva “Dramatic Discover” segna anche la connotazione maggiormente discorsiva della partitura. Connotazione utile al Maestro carpigiano per una ripresa dell’amato colore locale, attraverso un canto siculo già adottato vent’anni prima per Il cammino della speranza di Germi. Il filmato extra è stavolta un altrettanto interessante intervista a Lenzi.

Prima edizione digitale (Cinevox) della colonna per il premiatissimo Mimì metallurgico ferito nell’onore, che nel 1972 unì sullo schermo Giancarlo Giannini e Mariangela Melato e dietro la macchina da presa Lina Wertmuller e Piero Piccioni. Tutti destinati, due anni dopo, al felice esito collaborativo di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto. Piccioni è lontano dall’avanguradia jazzistica della sua prima era cinematografica (e dal languido abbandono swinging elargito per Sordi) ma il suo sarcasmo popolare non manca di efficacia. Tra sipari di colore siciliano, caricature esotiche e ampio respiro pianistico (la bella “Mimì, il lavoro, la fabbrica”), lo score, come ricorda Claudio Fuiano nelle note di copertina, non sopravvisse integro al montaggio finale e venne spodestato in più parti dal repertorio classico e canzonistico. Alla selezione dell’Lp originale si aggiungono 11 brani inediti in stereofonia.

Robusta e non priva di momenti rilevanti, la relazione artistica tra Ennio Morricone e Giuliano Montaldo torna all’attenzione con questa ristampa Cinevox de il Giocattolo (1979). Difficilmente incorniciabile tra le migliori prove del musicista, la partitura offre comunque degne rappresentazioni dell’interesse timbrico morriconiano (“Il giocattolo”) e un ennesimo saggio della predilezione per i ritmici passaggi del pianoforte in staccato. In “Miraggio e agguato” si esprime ad esempio un topos stilistico che sarà consacrato alla memoria collettiva grazie all’inclusione tematica in gli Intoccabili di De Palma. Destinata a molte delle esperienze americane anche la fisiologica elaborazione modulare e poliritmica di “Telefonata minacciosa”. Cinque le tracce integrate al materiale già edito su etichetta Ciak CD, queste ultime ulteriormente restaurate nel remastering.