The Weather Man

Un sottile vento imprevisto
di Manuela Latini

 
  Id., Usa, 2005
di Gore Verbinski, con Nicolas Cage, Michael Caine, Hope Davis.


La brezza primaverile che è appena passata sul cinema americano potrebbe essere una reazione alle tensioni interne ed esterne che questo paese ha vissuto nell’'ultimo anno: dalle piogge di missili intelligenti sparati per difendere gli interessi economici e l'identità delle democrazie occidentali, ai disastri, quelli metereologici (New Orleans), subiti e mal affrontati dal paese più ricco e organizzato del mondo.  Forse la sete di giustizia sociale, il desiderio di risvegliare le menti anestetizzate, ha dato la spinta a pellicole come Crash - contatto fisico apertamente antirazziste e ferocemente carnali, ha permesso di rendere omosessuale il simbolo del machismo USA e di premiarlo agli Oscar, come di incoraggiare le indagini sullo spionaggio internazionale di Syriana. Forse. O forse no, però sarebbe giusto che così fosse, che questa brezza spargesse i suoi semi ovunque fecondando la terra.
  Seppure solo parzialmente, anche il film di Verbinski mostra qualche lieve sintomo di questo risveglio. Ci dice che le cose più difficili sono di solito quelle più giuste. Inventa una felice metafora che si gioca tra la vita e le correnti d’'aria che portano inaspettate piogge e arcobaleni che nascondono favolose pepite d’'oro.
  David Spritz sorride al suo pubblico, è rassicurante e dalla contrazione del suo vero nome, Spritzel,  si è ottenuto un suono davvero refrigerante: ‘"Tutte le persone che avrei potuto essere, si sono assottigliate col tempo e alla fine si sono ridotte ad una sola ed è quello che sono: l’'uomo delle previsioni."  Nessun talentuoso scrittore di best seller,  padre modello,  marito ideale,  figlio di cui essere orgogliosi: solo un uomo delle previsioni. Ma se per saper interpretare le perturbazioni atmosferiche o per affrontare le impreviste catastrofi della vita quotidiana, non basta essere a proprio agio davanti ad uno schermo verde avendo per giunta scarsissime nozioni al riguardo; potrebbe tuttavia aiutare ad ottenere un facile successo, il successo all’'americana. Infatti David viene riconosciuto per la strada, a volte diventa il bersaglio delle bibite e delle torte di mele dei fast food. Perché lui è un fast food: è un prodotto consumato velocemente, che può essere anche buttato via. Tentando di fare  centro e sbagliando tutti i colpi l’'unica soluzione è esercitarsi a vivere tirando con l’'arco, che è un po’'come sperare di essere felici vincendo il posto di uomo delle previsioni nella trasmissione “"Hello America".
Questa è la cornice di un'amara commedia americana che ci ricorda  un po' American Beauty per il sarcasmo con cui spoglia l’'icona della famiglia  perfetta dall’'ipocrisia e dei falsi valori: uno tra tutti il banale sillogismo tra successo professionale e felicità. Niente di nuovo, ne’' di originale, ma funziona sempre sbattere il mostro in prima pagina, quando per mostro si intende lo sgretolamento del gruppo familiare, l’'essere inadeguati o fin troppo adeguati alla società da divenirne un simbolo imbarazzante e deprimente.
Verbinski, sbarcato dal successo commerciale di The Ring e  de La maledizione della prima luna,  usa l’'intero bestiario americano: dalla figlia obesa, al gruppo di aiuto per la coppia, al professore pedofilo… fino al funerale in vita!  Ma non ha bisogno di una estetica codificata, non ci sono edulcorazioni narrative o visive, nessun autocompiacimento. La macchina da presa non sceglie particolari prospettive, il racconto fila liscio, senza scossoni, né colpi di scena. Poche le inquadrature davvero degne di nota ma sono il frutto di una abilità da mestierante. A tratti alcune lungaggini allentano l’'attenzione e la presa sullo spettatore.
C'è un grigiore dilagante, come quello del cielo di Chicago, sotto il quale si scoprono pian piano atroci verità senza che ci sia un picco drammatico. Michael Cane interpreta magistralmente un padre con i giorni contati che cerca di mettere a posto i pezzi della condotta smidollata del figlio. Un uomo della vecchia generazione che parla una lingua diversa (e questo vale anche per l'attore), non capisce perché suo figlio cerchi di precorrere sempre la strada più facile. Una saggezza, la sua, che non è mai sterile pedagogismo, più spesso vicina ad un coro che commenta senza avere il reale potere di reagire. Nicholas Cage è un uomo perso nella atroce banalità della vita, un ingenuo bambinone che non ha saputo fare i conti con l’'esempio vincente del padre e non ha saputo fare a sua volta il padre. Inadatto a sopravvivere senza ombrello sotto un cielo che può annuvolarsi completamente se una sera ci si dimentica di comprare la salsa tartara. E accetta di ritrovarsi sorridente a salutare con la mano il pubblico da un carretto sentendosi oramai perfettamente  a proprio agio nella parte di un clown senza più nulla di reale da perdere. Un pegno davvero salato da pagare per essere felice.