intervista a Tim Burton
Fantasiosi dettagli di realtà
a cura della Redazione

 
 
In occasione della presentazione italiana di Big Fish, il regista Tim Burton ha incontrato i giornalisti in conferenza stampa a proposito del film e del suo cinema.

Qualcuno ha accostato Big Fish a Fellini.
Non credo ci sia un rapporto preciso tra il mio film ed il cinema di Fellini, anche se mi è stato di grande ispirazione. Autori come Federico Fellini o Mario Bava sono creatori di sogni e universi molto precisi e riconoscibili: senza dubbio dei grandi punti di riferimento.

Quali sono state le maggiori difficoltà durante le riprese?
E’ stato tutto molto semplice, abbiamo lavorato in piena libertà artistica. Lo sceneggiatore John August ha lavorato per dare una struttura molto precisa al romanzo di Wallace, in origine più frammentato ed episodico. Anche gli attori, in particolare quelli non americani, sono stati splendidi nello spingere al limite la loro recitazione senza cadere nel sentimentalismo; hanno imparato l’accento del sud anche meglio degli altri! Albert Finney è come Edward Bloom, una miniera di storie ed aneddoti. Un personaggio straordinario.

Durante la lavorazione del film lei è diventato padre per la prima volta.
Senza dubbio questo influirà sulla mia vita e sul mio lavoro. Diventerò molto rigoroso, pronto per girare film come Alien.

Lei è anche scrittore di poesie (“Morte malinconica del bambino ostrica”, pubblicato in Italia da Einaudi, ndr). Quanto si sente vicino a Edward Bloom, il “protagonista-narratore” di Big Fish?
Molto. Bloom ha un senso della realtà e della creazione fantastica decisamente simile al mio. Inserire delle invenzioni, dei dettagli fantastici, in una qualsiasi storia di tutti i giorni per renderla più efficace ed interessante mi affascina profondamente: è un processo creativo importantissimo. D’altra parte anche il contrario - inserire tracce di realtà in invenzioni fantastiche - muovo da sempre la mia ispirazione.

Quanto è vicino il rapporto tra Edward Bloom e suo figlio a quello che lei ha avuto con suo padre?
Non avrei saputo come girare questo film prima della recente morte di mio padre. Dopo averlo perso mi sono riappropriato della sua figura, l’ho fatta più mia. Anche in passato, magari in modo meno esplicito, ho affrontato il rapporto padre-figlio: in Batman c'è la contrapposizione tra il Joker, solare e fantasioso, e l’uomo pipistrello, chiuso in se stesso e cupo. Una dualità molto vicina a quella tra Edward Bloom e il figlio. Altri film, come Edward mani di forbice o Ed Wood, contengono in profondità questo discorso.

Edward Bloom dice nel film: “Ad un certo punto l’amore mi ha salvato”. Anche lei lo crede?
E’ un pensiero che indubbiamente mi affascina, ma non credo che nella vita reale questo avvenga: una persona non deve aver bisogno di essere salvata.

Rispetto ai suoi film “dark”, Big Fish è un’opera più solare.
Sono considerato un autore molto malinconico, addirittura un pessimista, e non nego che in parte sia vero. Però è stato sottovalutato ciò che c'è di positivo e gioioso nei miei film. Sono attratto dal lato triste e decadente dei miei personaggi, ma per me non sono mai perdenti senza speranza.

Molti dei suoi protagonisti si chiamano Edward.
A volte si è trattato di un caso, come per Ed Wood: il personaggio reale si chiamava così. Credo comunque che nel nome Edward ci sia qualcosa che mi attrae, un karma positivo.

Rispetto ai suoi lavori precedenti, Big Fish sembra avere uno stile di regia che gioca più sulla sottrazione.
Non credo. Penso che questo tipo di messa in scena sia stata la più appropriata al progetto. Non decido mai a priori come immaginerò il mio prossimo film.

Le è difficile trovare finanziamenti per i film più personali?
Io sono un regista a metà strada tra l’indipendenza e l’industria delle Major. La possibilità di sviluppare i miei progetti dipende, come per tutti i registi, dal risultato al botteghino dei film precedenti. Io mi considero comunque fortunato, perché riesco spesso a lavorare in assoluta libertà, anche quando una Major produce opere più “difficili”, come Big Fish. Comunque, in America ho sempre la sensazione di essere uno straniero, tanto che ora vivo a Londra.

E’ contento della prima nomination all’Oscar di Johnny Depp?
Sono felice che finalmente riconoscano il suo enorme talento. In America c'è la sensazione che Johhny sia arrivato solo l’anno scorso, quando è uscito la Maledizione della prima luna! E’ diventato un divo solo allora, ma sono quindici anni che dimostra costantemente di essere un attore fantastico. Sarà il protagonista del mio nuovo progetto, che inizieremmo a girare questa estate, Charlie and the chocolat factory. In effetti lui ha già recitato in Chocolat: forse inizia un po’ a ripetersi!

Non crede che in America ci sia troppa fantasia da parte dei media ,ora che siamo sotto campagna elettorale?
Il momento della giornata in cui la mia fantasia è più fervida è quando assisto alle notizie della sera, in cui si può sentire di tutto. Basta pensare a quanto è fantasioso il nostro presidente, che dopo la guerra al terrorismo ha dichiarato guerra a Marte!

C’è qualcosa di freudiano nel fatto che la sua compagna Elena Bonham Carter reciti nei suoi film sempre truccata in maniera pesante?
Ma quale trucco: lei è proprio così. E’ nella vita reale che si trucca!

C’è ancora qualcosa nella sua fantasia che non è riuscito a tradurre in immagini?
Non mi sono mai posto un obiettivo finale nella mia produzione. Se lo raggiungessi, dopo non saprei cosa altro fare.