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Spider-man III
id., Usa, 2007
di Sam Raimi, con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, James Franco, Topher Grace, Thomas Haden Church

Le sabbie mobili dell’esistenzialismo parkeriano
recensione di Emanuele Boccianti



Un eroe nonostante i suoi poteri
Qualche anno fa Sam Raimi impresse un interessante cambiamento di direzione nell’allora stagnante panorama del cinema dei supereroi con il suo Spider-man, coniugando una personale verve registica ad un uso euforico e magistrale degli effetti speciali - a quel tempo e ancora adesso allo stato dell’arte - e miscelandola con una brillante intuizione, quest’ultima non sua, ma di Stan Lee in persona, il papà dell’uomo ragno. Intuizione secondo cui, sono le parole dello stesso Lee, l’uomo ragno era un supereroe a prescindere dai suoi superpoteri. Al contrario di altri suoi colleghi in calzamaglia del tempo, infatti, le strisce di Spiderman ebbero un successo interplanetario ed erano affascinanti da leggere perché, una volta tanto, l’alter ego dell’eroe presentava una vita densa di problematiche che non nascevano dalla sua doppia identità, ma da questa erano intensificate. Leggere quegli albi significava potersi appassionare tanto alle avventure del tessiragnatele quanto a quelle del mite Parker, coi suoi problemi di pigione da pagare, le sue faccende amorose e familiari, le sue relazioni sociali tout-court (il profilo della personalità di questo giovane poco più che adolescente, per la verità, conteneva dei tratti quasi nerd ante litteram). Tutto ciò si rispecchiò nel film del 2002, un blend perfettamente riuscito in cui si poteva avere il fiato mozzato guardando le spettacolari evoluzioni acrobatiche con la ragnatela tra i grattacieli e rimanere piacevolmente invischiati nell’altra tela, diversa ma egualmente tenace, di relazioni interpersonali complicate e delicate, così come Stefano Finesi ce le presentava nella apertura della nostra recensione di allora.
Quello secondo cui squadra che vince non si cambia è un motto che ad Hollywood conoscono fin troppo bene. Ed ecco che due anni dopo arriva il secondo episodio, a confermare l’intuizione vincente: di quei nuovi 130 minuti una fetta più che consistente è dedicata proprio ai guai che la nuova doppia vita regala al nostro Peter, il quale arriva a odiare e perfino ad abbandonare la sua metà aracnoide perché gli rende impossibile lo svilupparsi di una normale vita di relazione con la donna che ama. Però qui già la ricetta vincente pare mostrare appena un po’ la corda: l’equilibrio è incrinato, il baricentro è palesemente spostato verso l’uomo anziché l’eroe, a farne le spese è proprio quell’effetto meraviglia (la “amazingness” con cui nasce Spiderman), e il confronto con l’antagonista di turno, paradossalmente, viene relegato su un piano se non proprio di sfondo quanto meno collaterale. Come se collaterale fosse l’effetto sulla vita di Peter di dover combattere contro i cattivi. Comunque, Spider-man 2 si lasciava vedere piacevolmente.

Troppi cattivi poco cattivi
Altri due anni, ed eccoci giunti al terzo episodio: il paradigma non è cambiato, ma produttori e sceneggiatori devono essersi resi conto che tirare ancora la corda in quel senso poteva essere rischioso, e decidono di dare nuovo vigore alla metà stupefacente della vita del nostro eroe, puntellandola con un asse di super cattivi decisamente rinforzato: ben tre. Il problema è che il tentativo di riaggiustamento dell’assetto è affidato ad una strategia meramente accumulativa, e la pletora di criminali in scena questa volta in ultima analisi soccombe tristemente a quella che ormai è la fisionomia imperante dell’Uomo Ragno come figura e come storia, fisionomia che detta legge dalla prima all’ultima scena. È questo il vero grande limite della terza pellicola: tutto orbita funzionalmente intorno alle vicissitudini della dimensione privata del protagonista, ancora una volta in crisi relazionale con Mary Jane, la quale è incapace di gestire una vita di coppia con una superstar (a cui vengono addirittura consegnate le chiavi della città per aver salvato la vita del capo della polizia, e qui abbiamo un vero e proprio tradimento della figura cartacea di Spiderman: sempre afflitto dalla fama di fuorilegge, non importa quanto si sforzi di proteggere la sua città, proprio perché nel fumetto originale gli veniva riconosciuta la responsabilità di aver ucciso il capo della polizia. Altro che chiavi della città).
C’è un carattere di intrinseca debolezza nella comparsa in scena e nella statura degli antagonisti, debolezza che è direttamente dipendente proprio da questo drastico e inarrestabile spostamento di fase nella narrazione; Venom è un’entità aliena che cade letteralmente dal cielo, e atterra proprio sul motorino di Peter Parker, gli regala un nuovo costume di colore nero (obiettivamente poco convincente, se non per il fatto puro e semplice di essere una “novità”: il design originale del costume di Venom era stato elaborato negli anni ’90 dal disegnatore John Romita Jr. con maggior cura e raffinatezza) e un biglietto di sola andata per il suo lato oscuro. Grazie ad esso Peter può permettersi di dare sfogo al suo sé più egoistico e aggressivo, bearsi una volta tanto del proprio status di super-eroe senza troppe di quelle famose menate su poteri e responsabilità, e impegnarsi - di questo bisogna prendere atto - in alcune gag dalla facile ilarità ma piuttosto divertenti. Il problema con la figura di Venom è che proprio la sua funzionalità nei confronti della linea narrativa di base - l’esistenzialismo parkeriano - gli impedisce di essere un cattivo a tutto tondo, e di esibire tutto il carisma di cui dovrebbe disporre. Cosa che oltretutto ha un feedback negativo sulla stessa personalità di Peter, il quale risulta in ultima analisi passivo rispetto ad una evoluzione del proprio carattere - il riconoscimento e l’esplorazione euforica, distruttiva, della propria volontà di potenza - che se fosse stata compiuta per libera scelta avrebbe avuto ben altro sapore e valore.
Le cose non vanno granché meglio con Goblin, il cattivo storico della vita dell’Uomo Ragno, la sua nemesi personale, perché il passaggio di testimone da Willem Defoe a James Franco lo priva di una caratteristica sostanziale, e cioè quello squilibrio psichico, quell’aura perversa e ambigua che Defoe sapeva attivare con un solo sorriso, e che il nuovo Goblin non sa neppure dove sia di casa. Se già la prima incarnazione del folletto verde soffriva di un problema di de-misterizzazione con la sua genesi militaristica e la sua mise a metà tra Robocop e Iron Man, adesso è un penoso ciclotimico hi-tech, che vola su uno snowboard a razzo e ha la faccia imbronciata. E anche lui, come si vedrà alla fine, non può fare a meno di piegarsi al dispotico ordito esistenzialista della storia, finendo per rinunciare alla propria statura malvagia e schierarsi dalla parte del bene, in un doppio misto finale tra superuomini che non convince troppo.
A conti fatti la sorte migliore tocca al cattivo meno sotto i riflettori, che ha il volto da gigante sfortunato di Thomas Haden Church, già visto in Sideways, e il pregio del miglior trattamento a lui riservato dai maghi degli effetti visivi: l’Uomo Sabbia. Tralasciamo anche qui la genesi, affidata ad un pretestuosissimo quanto di prammatica incidente-durante-esperimenti, che fa generare il sospetto che a New York praticamente ad ogni angolo di strada siano al lavoro scienziati impegnati a inventare cose complicatissime e pericolosissime, e lasciamoci trasportare dalla metamorfosi pura e semplice di quest’uomo che deve ricomporre da capo la propria anatomia essendo stato trasformato in un ammasso di sabbia vivente, e che dolorosamente si compone e crolla e si rialza nuovamente, in una danza di silicio che è forse la cosa più emozionante del film. Anche Sandman ad ogni modo soffre del problema di non poter essere se stesso, perfino prima di essere se stesso, e cioè quando era, scopriamo, solo un ladruncolo resosi responsabile della morte di zio Ben. Affinché funzioni efficacemente (ovvero: facilmente) il compimento del tema del perdono, contraltare perfetto e canonico di quello della vendetta nera e velenosa (“Venom”), dobbiamo scoprire con Parker che Flint Marko in realtà aveva sparato a suo zio per errore, in una scena in bianco e nero dal taglio grossolano in cui, grossolanamente, vediamo che il colpo di pistola parte accidentalmente proprio mentre - guarda un po’ - Marko stava rendendosi conto della malvagità del proprio agire. La possibilità del perdono viene offerta quindi su un comodo piatto d’argento a Spiderman, al quale viene provvidenzialmente risparmiata l’incombenza di dover metabolizzare la perdita dello zio come derivante da un vero e puro atto di cattiveria.

Spiderman a Disneyland
In conclusione, abbiamo quindi tre nemici che non possono vantare reali credenziali di malvagità, che non si definiscono nell’universo morale della storia come entità libere e padrone di commettere il male per propria libera scelta, ognuno per i suoi motivi; allo stesso modo in cui nemmeno a Parker, come si è detto, veniva concessa la libertà di imboccare in maniera attiva e protagonista la via d’accesso al proprio lato oscuro. Su tutto e tutti impera autarchico il motivo di questo esistenzialismo parkeriano, come lo si è definito ironicamente, che agisce situazioni e personaggi denaturandoli, togliendo loro genuinità e veracità. E chiude i giochi all’insegna della più geometrica e buonista delle risoluzioni, in cui i cattivi cessano di essere cattivi (ché in fondo non lo sono mai stati per davvero), e tutti si vogliono un gran bene, in una New York solare e sfavillante che sin dall’inizio del film somiglia, ormai anacronisticamente, a Disneyland.