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il Petroliere
There Will Be Blood, Usa, 2007
di Paul Thomas Anderson, con Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Ciaràn Hinds

Nero come il sangue
recensione di Adriano Ercolani



Quando ha scritto e girato in totale libertà creativa, avulsa da qualsiasi schematicità narrativa, Paul Thomas Anderson ha realizzato almeno un paio di capolavori come Magnolia e Ubriaco d’amore. Con questo suo nuovo lungometraggio ha però deciso di cambiare radicalmente rotta, appoggiandosi per la prima volta ad un testo preesistente, il romanzo “Oil!” pubblicato da Upton Sinclair nel 1927. Se chi ha letto il libro parla di una trasposizione completamente libera della pagina stampata, rimane comunque il fatto che Anderson stavolta si è confrontato con una storia molto più lineare e compatta, incentrata totalmente sul protagonista Daniel Plainview invece che su una moltitudine polifonica di figure. Ciò che ne è venuto fuori è un tentativo molto coraggioso e potente nella sua mera realizzazione filmica, ma non perfettamente concepito sotto il profilo squisitamente drammaturgico. Volendo comunque inserire nella storia situazioni e toni che virassero verso una visione più cupa e grottesca della materia raccontata, il regista non riesce sempre ad equilibrare con coerenza il doppio binario, finendo per assemblare parti del film che tra loro non sembrano avere una precisa fusione. Anche il doppio rapporto che Plainview ha con i suoi rivali, il figlio adottivo ed il giovane predicatore invasato, appaiono strutturati secondo delle direttive che poi non vengono seguite fino in fondo. L’enorme ellisse temporale che ad esempio precede la parte finale crea un vistoso sfasamento logico nel rapporto padre/figlio che non viene né giustificato né tanto meno raccontato o anche suggerito. Ancora più complesso e lo scontro con i predicatore Eli Sunday, figura che rappresenta in maniera conclamata una sorta di alter-ego di Palinview, un fanatismo rivolto invece che verso il denaro/petrolio verso la salvezza dell’anima. Questa contrapposizione, tutta giocata in filigrana sulla similitudine tra i due “deviati”, perde fortemente di mordente nella seconda parte del film, salvo poi riesplodere prepotentemente in un odo che avrebbe dovuto essere calibrato con maggior cura. Se, come sembra, Sunday altro non è se non una copia altrettanto ipocrita di Plainview, con cui il protagonista deve per forza confrontarsi per poter scivolare nel proprio inferno personale, allora la potenza di questo doppio incastro avrebbe dovuto essere miscelata in altro modo. Insomma, Anderson ha scritto una sceneggiatura con parecchia carne al fuoco ed a conti fatti non ha saputo padroneggiare fino in fondo tute le sfaccettature tematiche e psicologiche che ha proposto nel suo film.
Va da sé comunque che il Petroliere per lunghi tratti propone momenti di cinema altissimo, poderoso, come ad esempio i primissimi minuti tutti raccontati in silenzio, attraverso soltanto la forza incandescente delle immagini ed il solito meticoloso lavoro sul sonoro che è presente in ogni film di Anderson. Anche se a dire il vero lo sperimentalismo sui suoni e le musiche dissonanti di Jonny Greenwood - membro dei Radiohead - non appaino anch’essi, in alcuni momenti, troppo coerenti con la compattezza cercata nella messa in scena.
Squilibrato ma a tratti devastante, poggiato interamente sulle spalle di un Daniel Day-Lewis titanico, il Petroliere è un’opera dal coraggio e dall’intensità molto sopra la media delle pellicole viste quest’anno. Pur con tutti i suoi difetti Paul Thomas Anderson ha costruito un affresco livido e pulsante, mostrando come l’America, la sua forza capitalista, è stata costruita da “mostri” per nulla indecisi quando, per arrivare al successo, al nero del petrolio si è dovuto mischiare anche il rosso del sangue.