i Lunedì al sole
Quando la vita di un lampione conta più di quella di un uomo….
di Linda Vianello

 
  Los Lunes al sol, Spa / Fra / Ita, 2002
di Fernando Leòn de Aranoa, con Javier Bardem, Luis Tosar, José Angel Egido, Nieve de Medina, Enrique Villén, Celso Bugallo, Joaquìn Climent, Aida Folch, Serge Riaboukine, Laura Domìnguez, Andrés Lima

Anno 2000. Novanta lavoratori dei cantieri navali di Gijon in Galizia vengono licenziati grazie alla politica liberista di Aznar. I rimanenti duecento si barricano all’interno dei cantieri per protestare contro l’ingiusto provvedimento preso nei confronti dei loro amici e colleghi.
Le immagini sgranate che le televisioni mandarono in onda per testimoniare questo avvenimento aprono una delle più delicate, amare, poetiche e politiche commedie proletarie di questi ultimi anni.
Sgranate le immagini, altrettanto sgranate le vite che il giovane regista Fernando Leòn de Aranoa ci racconta. Vite ridotte in miseria da un repentino licenziamento che significa la perdita non solo del proprio posto di lavoro, ma anche del proprio posto nella società che non mantiene le promesse fatte: non aiuta a ricostruire, anzi spinge a rinunciare. Non contano gli sforzi, a nulla servono le lunghe attese per sostenere il colloquio per un lavoro che sai già non avrai mai, non ha senso sperare in un prestito che ti permetta di condurre una vita quasi normale se non hai alcuna garanzia da offrire (a nessuno importa se ogni garanzia e sicurezza ti è stata strappata contro la tua volontà).
Ed eccoli lì gli amici cassaintegrati, al sole, il lunedì come il venerdì, tanto senza più un impegno quotidiano, ogni giorno trascorre uguale all’altro, tra il rimpianto per il passato e la rabbia per un futuro che sembra non aver senso d’essere.
Fernando Leòn de Aranoa. Chi è costui? Lo sa bene il nostro Andrea Occhipinti, che ha coprodotto con Francia e Spagna il terzo lungometraggio di questo giovane e quasi sconosciuto regista spagnolo. Una pellicola tragicomica, che sa farti sì piangere, ma sempre con un sorriso, magari appena accennato, sulle labbra, quel sorriso che ai comuni e straordinari protagonisti de I lunedì al sole serve da ancora di salvezza per non affogare nel mare della loro disperazione.
E’ un film scomodo, intenso, forte. Ed apprezzatissimo proprio grazie alla forza dell’intimo quadro sociale che ci restituisce, intriso di un senso morale tanto profondo da non poter non emergere da ogni singola inquadratura. Miglior film al Festival di San Sebastian, ha trionfato anche all’ultima edizione dei Goya, i premi nazionali della cinematografia spagnola, aggiudicandosi il riconoscimento per la miglior regia, il miglior attore protagonista, attore non protagonista ed attore emergente (concorrendo direttamente con l’Almodovar in stato di grazia di Hable con ella).
De Aranoa, che firma anche la sceneggiatura assieme a Ignacio del Moral con il quale ha in precedenza collaborato per le sue due pellicole Familia (1996) e Barrio (1998), non ha voluto un film di propaganda, che per sua stessa natura si sarebbe rivolto ad un gruppo ristretto di persone di idee politiche prevalentemente omogenee. Non ha costruito una storia politicizzata, ma una pellicola che parla a tutti dipingendo un quadro variopinto nel quale vengono presentate differenti reazioni allo stesso irrisolvibile problema.
Troviamo Santa (un eccezionale Javier Barden), amaro, iperrealista e sprezzante, che sogna di scappare in Australia, ma passa il suo tempo a correre dietro alle donne e si adatta pure a fare il “baby-sitter” sostituendo la figlia di un amico pur di racimolare un po’ di soldi. C’è poi Lino (Jose Angel Egido) che non si arrende e continua instancabilmente a cercare lavoro fino ad arrivare a tingersi i capelli pur di sembrare più giovane e perciò socialmente utile (struggente la scena dell’attesa del colloquio, durante la quale Lino suda per la tensione e la tinta per capelli si scioglie rigandogli collo e vestiti). José (Luis Solar) ha una difficoltà in più: una moglie che lavora e lo mantiene. Utile sicuramente, ma incredibilmente problematico per il rapporto di coppia e per il riconoscimento della propria identità, da un punto di vista personale e sociale. Abbiamo anche un “venduto” che ha accettato la buonuscita pur di poter continuare a sperare: il proprietario del bar dove tutti si ritrovano quotidianamente a sbronzarsi e confrontarsi. C’è pure chi un altro lavoro l’ha trovato, fa il guardiano in uno stadio e porta gli amici a vedere le partite di calcio gratis. Ma si sa, di gratuito al giorno d’oggi c’è ben poco, così la posizione dalla quale possono seguire gli incontri permette loro di vedere solo una metà del campo.
Tutti questi personaggi, sebbene, come abbiamo visto, fortemente diversi e ben caratterizzati, hanno una cifra stilistica comune: l’orgoglio e la dignità della disperazione. Solo uno di loro arriverà suo malgrado a smarrire questo caposaldo e con ciò avrà perso tutto: finirà per farla finita.
Certo il cinema inglese ci ha già insegnato che i difficili e tristi temi della disoccupazione, della disoccupazione, delle difficoltà economiche che sfasciano le famiglie si possono raccontare senza ricorrere ai soli toni gravi della tragedia. Cattaneo ed i suoi squattrinati organizzati lo sanno molto bene, almeno quanto già lo ha capito la spacciatrice in erba di Nigel Cole. Mai nessuno, tranne forse il grande Fassbinder, era riuscito a raccontarci con tale precisione ed autenticità tanti diversi tipi umani senza mai portare lo spettatore a commiserarli, nonostante un finale per nulla consolatorio.
Potremmo pensare al Loach di My name is Joe o Riff Raff, al Virzì di La bella vita, ma nemmeno loro ci restituiscono la rabbia autentica di Santa che non perde la sua schiettezza e la sua fede politica nemmeno quando tutto viene meno e solo il piegarsi all’ordine sociale sembra poter offrire un’ancora di salvezza. Emblematico il “caso del lampione”: durante le manifestazioni ai cantieri navali Santa ha rotto un lampione di lusso, il modello di luce stradale più costoso in commercio. Normale amministrazione visti i danni irreparabili e ben più gravi che avvengono solitamente durante le manifestazioni di piazza (Genova docet). Ma Santa è chiamato a pagare per questo suo insano gesto, non importa se non ha un soldo, non importa se ha perso il lavoro. Deve saldare il suo debito con la società, volente o nolente, poco conta che l’entità del debito che la società ha nei suoi confronti sia ben maggiore. E Santa alla fine paga. Una sconfitta? Una riappacificazione? No, no, niente di tutto questo. Pochi minuti dopo aver pagato Santa rimette a posto le cose. Scende in strada e frantuma un altro identico costosissimo lampione.
Disoccupati, socialmente inutili, troppo spesso sbronzi e senza alcuna speranza per il futuro, ma mica per questo stupidi: gli eccezionalmente normali protagonisti de I lunedì al sole sanno che la vita di un lampione non può valere più di quella di un uomo. Mi auguro che al più presto lo capiscano anche altri e più influenti personaggi.