Lady vendetta

Fenomenologia del vendicarsi
di Piero D’Ascanio

 
  Sympathy for Lady Vengeance, Corea del Sud, 2005
di Chan – wook Park, con Yeong – ae Lee, Min – sik Choi, Su – hee Go.


Eravamo tutti ansiosi di assistere alla conclusione del trattato sulla vendetta del coreano Park Chan -  Wook, sviluppato dall’autore in forma di una trilogia iniziata quattro anni or sono con il fortunato Mr. Vendetta.  Il cineasta orientale, diretta risposta “thrilling” alle rarefatte atmosfere del più talentuoso connazionale Kim Ki – duk, aveva proseguito il suo progetto nel 2004, con l’opera più ambiziosa delle tre, il cuore centrale del suo sanguinoso ordito: Old Boy, arrivato in Europa attraverso la corsia preferenziale di Cannes, dove portava a casa il Gran Premio della Giuria, s’incastona tra i due Signori della Vendetta e li pervade di senso; folgorante nella forma e nella struttura, è il più ispirato dei tre “episodi”, dai quali prende le distanze sia a livello tematico che stilistico.
Preso nell’insieme, il “de vendetta” di Park rappresenta comunque un fatto cinematografico di rilievo. Basti pensare che arriva sugli schermi più o meno contemporaneamente al Kill Bill tarantiniano, vera e propria “summa” postmoderna dell’argomento. L’operazione del coreano si pone come necessario contraltare a quella del collega americano, rappresentandone una versione ancor più ambiziosa, nella sua furibonda varietà di toni. Onore all’autore, dunque, anche se con l’ultima parte della sua trilogia ha probabilmente firmato la puntata più irrisolta e confusa. Peccato.
Il film racconta la storia della giovane Geum – Ja, accusata nel 1991 del rapimento e omicidio di un ragazzino; la ragazza, all’epoca ventenne, è in realtà innocente, e trascorrerà i tredici anni di reclusione a pianificare la sua vendetta nei confronti del vero colpevole.
Si ha subito l’impressione, accostandosi a Lady Vendetta, di esser sul punto di assistere ad un evento, o piuttosto a qualcosa che voglia porsi come tale; del resto, l’operazione sa di furberia già nel momento in cui ci s’imbatte nel manifesto del film, pericolosamente in bilico tra sublime e ridicolo, con quel suo blasfemo “santino”. E’ una sensazione, la nostra, che si fa più forte non appena c’imbattiamo nei titoli di testa dell’opera, talmente costruiti e accattivanti da risultare eccessivi nel loro forsennato estetismo; della serie, iniziate pure a mangiarvi il film con gli occhi, ché alla storia ci penseremo in un secondo momento. E’ un presentimento che risulta fondato: Park è un grande imbonitore, e infila rapidamente una bella sequela di suggestioni visive; ma lo spettatore avveduto si rende conto da subito che la noia è dietro l’angolo, pronta a manifestarsi non appena la cortina di fumo creata dall’autore si sarà dissolta. Quel che, secondo noi, accade fatale nella seconda parte del racconto, gravemente penalizzata da una caduta d’interesse verso la vicenda, tutti in attesa che si consumi la sospirata vendetta della donna, mentre invece Park non fa che menare il can per l’aia. E sì che poi il film si risolleva davvero dal torpore, complice l’ispiratissima mano del regista nel condurre l’allucinante mezz’ora finale.
Il terzo atto della vicenda – ma il tempo del racconto è frammentato a tal punto da renderne ardua la scansione – è dunque quello che riscatta l’opera, e conferisce senso al capitolo conclusivo della trilogia, salvandolo dal vago sentore d’inutilità che lo andava pervadendo. Nel tirar le fila del suo trattato, Park ritrova una grande lucidità espressiva e poetica, e licenzia il trittico con uno “showdown” effettivamente da incubo. Il suo stile, elegantissimo quanto perturbante, aderisce spietatamente alla lucida analisi del vendicarsi dispiegata nel finale del film, e gli restituisce sapori e odori dei momenti più allucinati di Old Boy.
Lady Vendetta pecca tuttavia di pretenziosità, e quel che è peggio annoia; ne imputiamo una buona responsabilità alla sceneggiatura disarticolata, ma non è fatto salvo da colpe lo stesso autore, un po’ confuso nel dosare le marce della sua narrazione. Quasi che stavolta non avesse chiara in mente quella totalità di visione e quella lucidità d’intenti che conferivano all’opera precedente, pur con tutte le sue tonalità cangianti e ricercatezze formali, una compattezza straordinaria.

Rimangono la stima e il rispetto per un cineasta di grande talento, uno dei pochi a darci l’impressione di poter tornare a stupirci già con la prossima opera.