Kung fusion

“Porci” con le ali
di Piero D’ascanio

 
  Gong fu, Cina/Hong Kong, 2005
di Stephen Chow, con Stephen Chow, Yuen Wah, Leung Siu Lung


Innanzitutto, e rischiando subito molto in termini di simpatia al lettore, ci sta a cuore una premessa: non terremo conto, accostandoci a Kung Fusion, del lavoro di doppiaggio operato sul film, così come non lo facemmo per il precedente successo dell’ attore-regista-produttore Stephen Chow, quello Shaolin Soccer che tre anni or sono ci regalò grandi risate e anche un pizzico di ingenua poesia.
Non ci sembra, infatti, rendere un gran servizio all’opera di Chow la pratica di basso “adattamento” dialettale messa in atto dalla distribuzione italiana per “acchiappare” l’ormai imprescindibile fetta di pubblico televisivo; se fossimo più cattivi, parleremmo di vera mistificazione. Vedere per credere.
Bene. Scrollataci di dosso la polvere del critico bacchettone, possiamo affrontare con animo leggero l’assurdo oggetto filmico che ci si para davanti, e apprezzarne appieno le assortite qualità.
Ambientata nel caos della Cina prerivoluzionaria, la storia segue le vicende di Stella, simpatico ladruncolo che aspira a far parte della terribile “Gang delle Asce”, un’organizzazione criminale che taglieggia Shangai. Il goffo tentativo di Stella di estorcere del denaro agli abitanti del diroccato “Vicolo dei Porci” innesca la temibile reazione delle “asce”; peccato per loro che non tutti i poveri artigiani del “vicolo” siano realmente tali… Ne seguirà il più epico degli scontri, e Stella vi giocherà un ruolo decisivo.
Non inganni la pochezza della storia, dalla struttura peraltro speculare a Shaolin Soccer; proprio come in quel caso, a contare è ben altro che non la complessità della vicenda. Il cult di Chow - perché già tale è, perlomeno in patria - non fa mancare nulla alla sua fusion: dal Pop al Pulp, passando per la colorata bizzarria del Kitsch - tutta la descrittiva parte iniziale - il film dispiega un background cultural-popolare estremamente polimorfo, ma non per questo di difficile presa sul pubblico. Anzi, di tutti i sapori del cocktail ciò che alla fin fine trionfa è il solito gusto “acchiappone” post-tarantiniano, ovviamente in salsa orientale: e quindi briglia sciolta all’ormai celeberrimo coreografo di Matrix e Kill Bill, Yuen Wo Ping, una vera garanzia per chi, come noi, ama rifarsi gli occhi con le immagini di un universo svincolato da leggi gravitazionali.
Per fortuna nostra, tuttavia, Chow è consapevole dell’alto tasso d’inflazione gravante sui duelli iperuranici, specialmente se condotti con mano, ahinoi, fastidiosamente seriosa; invece egli spinge al massimo grado l’aspetto cartoonesco - nulla di nuovo, certo - e lo fa così spregiudicatamente da strappare gli applausi almeno in un paio di memorabili sequenze (ci sia permesso di citare almeno il geniale inseguimento stile Chuck Jones, oltre al fuoco di fila di trovate della pirotecnica mezz’ora finale, tutta da vedere).
Kung Fusion gioca sopra le righe fin dalla prima inquadratura, ed è il motivo per cui all’inizio è possibile che si rimanga leggermente spiazzati dalla bizzarra aggressività visiva dell’universo di Chow; ma una volta metabolizzato l’impatto, vi assicuriamo che c’è solo da divertirsi. Capiremmo tuttavia chi ci venisse a parlare di meccanismo frusto: è l’altra faccia della medaglia di un’opera che punta unicamente allo sbalordimento visivo, quando gli avrebbe giovato invece dedicare più attenzione alla parte narrativa. Ma ci sembrano già disquisizioni inutili, per un film che in fin dei conti non chiede d’essere null’altro di ciò che è. Godetevelo.