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Gocce d’acqua su pietre roventi
Gouttes d'eau sur pierres brûlantes, Francia, 2000
di François Ozon, con Bernard Giraudeau , Malik Zidi, Ludivine Sagnier, Anna Levine

Storie di archeologia sentimentale
recensione di Stefano Finesi



Era tanto tempo – sostiene François Ozon - che volevo fare un film su una coppia. Un film che parlasse delle difficoltà della convivenza e della routine quotidiana. Quando ho scoperto l’opera di Fassbinder, ho capito subito che non avrei dovuto scrivere una sceneggiatura originale perché esisteva già un testo che parlava esattamente di quello che mi sentivo di raccontare”. Il testo in questione, “Tropfen auf heisse steine”, fu scritto per il teatro (e mai rappresentato) da un Fassbinder 19enne ma già perfettamente consapevole della serie di meccanismi e ossessioni che avrebbe esplorato in una carriera breve e intensissima: la coppia rappresenta in realtà solo il sistema base di questa esplorazione, il nucleo minimo e ravvicinato da cui partire per metterla in atto. Quello che interessa a Fassbinder (e di riflesso a Ozon) è infatti soprattutto la lettura delle relazioni personali e sociali in termini di rapporti di forza, all’interno di una dinamica vittima-carnefice che investe i singoli individui tra loro e nella loro necessaria dipendenza dal potere coattivo dell’apparato sociale sovrastante.
Il giovane Franz si innamora del maturo Leopold e ne diventa presto lo schiavo; quando entrano in gioco anche le rispettive ex, anche queste entrano nell’orbita del potere di Leopold. L’unica alternativa a questo potere si dimostrerà essere il suicidio. Il meccanismo è cristallino ed è tarato sul bisogno senza scampo generato dall’ossessione amorosa: Vera è l’amante del passato, ripudiata e offesa ma ancora postulante, Franz è l’amante del presente, che percorre il tragitto completo dal primo incontro al suicidio, Anna sarà l’amante del futuro, anche lei probabilmente destinata allo sfruttamento morale e materiale fino alla consunzione. Le dinamiche della coppia rimandano però, come abbiamo detto, anche a strutture più ampie, al ruolo della società (Leopold è un agente assicurativo e racconta di come la sua azienda abbia causato indirettamente il suicidio di uno dei suoi clienti) e della famiglia (l’indifferenza crudele della madre di Franz), pur rimanendo ovviamente il terreno drammatico prediletto dall’esplorazione.
Ozon non riprende solo il testo fassbinderiano, ma sembra mutuare dal regista tedesco diversi espedienti di messinscena, nell’utilizzo degli spazi claustrofobici e in quello, ad esempio, delle canzoni, la cui irruzione può sottolineare la drammaticità di un momento (la straordinaria “Traum”) o provocare un improvviso straniamento, come nel caso del balletto corale a ritmo di disco music. Il procedimento di base che Ozon tenta di ricreare è infatti soprattutto quello dell’alternanza, tipicamente fassbinderiana, di coinvolgimento e straniamento. Picchi di partecipazione che vengono raffreddati un attimo dopo: questa declinazione del melodramma è forse l’eredità più evidente che il regista francese vuole mettere in atto, anche se poi tutta l’operazione, che ha un’innegabile componente di archeologia cinefilo-sentimentale, presuppone una sorta di distanza di sicurezza, attiva per tutto il film. In fondo Ozon porta sullo schermo una pièce di Fassbinder nel modo in cui crede l’avrebbe messa in scena il suo autore, ricalcandone gli stilemi della messinscena e caricandosi mentalmente delle sue ossessioni (basti pensare che il passato di Vera, transessuale operato per amore, era assente nel testo originale e viene ripreso da Ozon dall’idea centrale di Un anno con tredici lune), con il risultato che si può avvertire costantemente un inevitabile, sottile distacco dalla materia narrata, accresciuto dall’impianto consapevolmente teatrale.
A proposito de La pianista di Haneke avevamo parlato di melò non compassionevole, per il modo in cui il regista austriaco esplora e raggela al tempo stesso la natura incandescente del melodramma. Per Gocce d’acqua su pietre roventi si potrebbe parlare sì di melodramma a pieno titolo, in cui la cifra dell’eccesso è realmente partecipata e momenti di vera commozione tengono insieme il circuito autore-film-spettatore, ma non si può non tener conto di come il lavoro fatto da Ozon su Fassbinder dia vita necessariamente a un discorso “di secondo grado”, a una visione comunque indiretta. L’universo del grande regista tedesco, così visceralmente compatto, rivive in una costruzione che ne riprende e illustra l’intimo funzionamento, con passione sincera ma anche in un’inevitabile (e a suo modo struggente) differita.