la Pianista

Il melò non compassionevole
di Stefano Finesi

 
  La Pianiste, Francia / Austria, 2001
di Michael Haneke, con Isabelle Huppert, Annie Girardot, Benoît Magimel, Susanne Lothar

Il melodramma è in assoluto il genere più crudele, perché niente è più crudele del sentimento. Un buon melodramma scava nello spettatore come nessun altro film, ne mette a nudo le debolezze e quindi si accanisce sui nervi scoperti, attraverso una rappresentazione della vita che necessariamente si offre scomposta, grottesca, quasi ridicola nella sua visceralità. I veri sentimenti, infatti, se analizzati nel loro carattere ossessivamente puro, senza il velo di ipocrisie tranquilizzanti, sono scomposti e grotteschi, quasi ridicoli. Ma mentre autori come Fassbinder o Lars von Trier vivono in completa empatia con i loro protagonisti, gli tengono la mano accompagnandoli agli inferi, quando è Michael Haneke a mettere mano a un melodramma il risultato non può che essere assolutamente imprevedibile.
Haneke è campione indiscusso di crudeltà, ma lo è altrettanto di distacco, di ineluttabile geometria della visione. La pianista diventa quindi il prodotto della tensione tra le due istanze in campo: la messa a nudo del sentimento e l’osservazione distaccata. Il sentimento è esplorato per intero nelle qualità nevrotico-erotico-ossessive che permeano il mondo interiore di Erika, oscuro e perturbante solo perché scandagliato in profondità: in realtà la sua storia con il giovane Omar è una semplice (dunque terribile) storia d’amore, con il suo corteggiamento entusiasta, i suoi rapporti di potere, le insoddisfazioni, le esigenze dichiarate e non corrisposte. Il tutto, e qui si torna al melodramma, è portato però all’eccesso, poiché i giochi di forza si manifestano nello stupro, le ossessioni erotiche si elencano distintamente in una lettera, le frustrazioni fanno impugnare un coltello. Il piano canonico del melodramma, una volta sposato in pieno, passa poi ad essere stravolto dalla imperturbabile freddezza di Haneke, che non tradisce mai un accenno di partecipazione e che impedisce allo spettatore di entrare veramente nel film attraverso canali irrazionali, realizzando il paradosso di un melodramma che non racconta il sentimento attraverso il sentimento, ma solo esibendolo in una brutale lucidità.
Il cortocircuito che ne deriva fa sì che chi guardi non comprenda fino in fondo Erika, anzi ne risulti alla fine quasi disgustato, essendogli negata qualsiasi possibilità di sintonia. Eppure i sentimenti stanno lì, sullo schermo, a spalancare profondità terribili, a strillare una disperazione e una fisicità come raramente si vede al cinema e che la Huppert incarna con un’adesione sconcertante. Se il melodramma è il genere più crudele, Haneke lo è stato ancora di più, compiendo il gesto estremo e audace di togliergli l’unico approdo positivo possibile: la compassione.