...e alla fine arriva Polly
La monolitica espressione dell'eclettismo
di Claudia Russo

 
  Along Came Polly, Usa, 2003
di John Hamburg, con Ben Stiller, Jennifer Aniston, Philip Seymour Hoffman, Alec Baldwin


Questa volta cominciamo da una tesi, per poi arrivare ad un film e infine arrivare ad un uomo.
La tesi è che Hollywood è ormai diventata la fabbrica dei grandi attori, dimenticandosi perciò di essere ontologicamente e soprattutto la ‘fabbrica dei sogni'. Il film, che non è un sogno, ma che aspira ‘spudoratamente’ ad esserne la parodia, è: ...e alla fine arriva Polly. L'uomo, che dal 1994 con Giovani carini e disoccupati ha esordito alla regia, ma che è meglio noto al grande pubblico come l'interprete della commedia sentimentale Tutti pazzi per Mary (firmata Peter e Bobby Farrelly) o del film campione d'incassi Ti presento i miei (di Jay Roach) - in cui recita al fianco di un Robert De Niro certo sottotono ma pur sempre irresistibile - , è il ciclone Ben Stiller. Ora, il fatto che questo eclettico artista sia al momento il miglior caratterista americano, e che scriva, diriga e produca film possedendo in effetti una sola, monolitica espressione (e lui lo sapeva già quando creò per se stesso il personaggio di Zoolander, modello "bello bello in modo assurdo" con la massima aspirazione, e scusate se è poco, di dar vita alla più intrigante delle smorfie facciali: la segretissima Magnum), non basta a fare di …e alla fine arriva Polly, un film da ricordare.
Stiller interpreta questa volta il ruolo di un perito in un’agenzia di assicurazioni. Maniacale e calcolatore, terrorizzato dall'idea di dover/poter rischiare, e afflitto da innumerevoli paranoie e fobie, si trova, nonostante tutti i calcoli, ad essere abbandonato dalla deliziosa mogliettina (Debra Messing) proprio durante il viaggio di nozze! E mentre la novella sposina se la spassa col suo nuovo amico dall'accento francese, il nostro eroe, tornato in città col cuore spezzato, viene travolto dall'energia e dal buon umore di Polly, sua ex compagna di classe che ora fa la cameriera, vive in un monolocale, adora il cibo etnico e i balli latino-americani. I due non hanno nulla in comune ma, si sa, gli opposti si attraggono. Il cliché è quello classico e indubbiamente vincente dell'uomo medio americano dei film del genere: a metà strada tra l'adorabile e corrosiva nevrosi alleniana e la sconclusionata ma esplosiva comicità alla Steve Martin: il classico tipo a cui può succedere ogni sorta di rocambolesca avventura, ma che non ci farà mai soffrire per una vera sconfitta o un mancato happy-end. Abituato a recitare al fianco di donne bellissime come Mary/Cameron Diaz, Winona Ryder nel citato film d'esordio alla regia, e con Gwyneth Paltrow nell'interessante commedia di Wes Anderson, I Tenenbaum, questa volta Ben subirà il fascino di una Jennifer Aniston in forma smagliante. Più spesso ricordata, ahimè, come la moglie del sex symbol Brad Pitt o come la Rachel Green della serie televisiva Friends piuttosto che come attrice comica di indubbio talento, la versatile Jennifer lavora da qualche tempo anche per il grande schermo interpretando con una buona dose di umorismo ed energia ruoli femminili piuttosto stereotipati, ma di facile fruizione. Protagonista della sopravvalutata terza opera di Miguel Arteta, The Good Girl, Jennifer indossa perfettamente i panni allegri di Polly: caotica, disordinata, disorganizzata.
Inutile sarebbe raccontare il plot, che John Hamburg sembra avere ricalcato sul modello della favola di proppiana memoria: l'eroe, in seguito ad un avvenimento spiacevole, passa rapidamente da uno stato iniziale di quiete ad uno di angoscia per poi riconquistare, attraverso avventure e difficoltà, la felicità iniziale aumentata di grado e intensità. Molto meno banali sono alcune trovate grottesche e alcuni ruoli secondari come quello affidato al bravissimo Philip Seymor Hoffman che, dopo Ubriaco d'amore, La 25a ora, Hollywood Vermont, e Quasi Famosi, sfrutta in questo film la sua verve comica senza riuscire però a far perno sul lato drammatico di un personaggio fortemente ambiguo e di cui meglio si sarebbe potuta evidenziare la latente tragicità. E' vero che si tratta di un film comico-demenziale, ma è altrettanto evidente che a dar colore e incisività alle battute sono gli interpreti, non la sceneggiatura.
E tornando circolarmente alla tesi iniziale, quindi, bisogna registrare come Stiller risulti decisamente sprecato per questa Polly-pellicola. Alla base c’è una tendenza hollywoodiana: la stessa per la quale attori del calibro di Diane Keaton e Jack Nicholson, ad esempio, scelgono di interpretare commediole ‘zucchero e miele’ come Tutto può succedere (mentre il nome dell'eccellente Frances McDormand non compare nemmeno sulla locandina del film). Volendo però mettere da parte polemiche e giudizi intransigenti, ammetto di apprezzare la penna disinvolta di Hamburg e la sua regia sciolta, ben sapendo che suscitare una sincera risata, nell'era della parodia e del grottesco, è diventato paradossalmente più difficile che provocare il pianto.