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the Bridge
id., Usa, 2007
di Eric Steel, documentario


Sciacalli d’Occidente
recensione di Marco Giallonardi



La forma del suicidio come termometro della contemporaneità: l’assunto da cui prende le mosse l’agghiacciante operazione condotta di Eric Steel, considerato isolatamente, può essere interpretato come un coraggioso presupposto per analizzare la disperazione e la solitudine che l’Occidente soffre al giorno d’oggi in ogni sua parte. Peccato che oltre all’intenzione manchi la forma, al documentario del regista americano. Grandi monumenti e luoghi noti vengono utilizzati da aspiranti suicidi per mettere in scena la propria morte - una cosa che accadeva anche nel passato, che il sito (di dubbio gusto) “Il ponte dei suicidi” ci ricorda, pur senza approfondire con dovizia di particolari i cenni storici che si limita ad abbozzare (un esempio per tutti, i 300 morti gettatisi nei suoi 130 anni di storia dalla Tour Eiffel). The Bridge è stato realizzato grazie ad un maniacale pedinamento, 24 ore su 24, di 40 esseri umani che, nel corso del 2004, si sono suicidati gettandosi dal ponte di San Francisco. Utilizzando diverse mdp, piazzate in punti strategici alla base del ponte, da cui poter seguire i movimenti degli aspiranti suicidi, i realizzatori hanno raccolto migliaia di ore di girato, quindi si sono trasferiti dalle famiglie dei morti, sempre armati di mdp, per cercare di chiarire le motivazioni del folle gesto e catturare lacrime e commozione dei parenti.
Soprassedendo sul morboso approccio alla materia, o al contrario sulla forma cinema che in alcuni casi riesce a far partecipare lo spettatore al film, quello che più lascia sgomenti è il riflettere sulle condizioni produttive che il film ha dovuto (o meglio voluto) affrontare: assistere sadicamente agli ultimi minuti di vita dei suicidi, con l’occhio dietro l’obiettivo, senza avere l’istinto di intervenire, spegnere la mdp, soprassedere sul sadismo che l’operazione, quando appare sullo schermo, non può fare a meno di comunicare allo spettatore. Che si tratti di un sadismo della visione utile a farci capire chi siamo, in misura anche maggiore rispetto alle tendenze suicide della nostra società, è un dato su cui è necessario riflettere ulteriormente: l’immagine si è talmente impadronita del nostro desiderio, è arrivata a tal punto a decidere della nostra libido, che ci ha resi incapaci di distinguere la portata della realtà che si trova oltre l’otturatore rispetto ai pixel (o alla luce) contenuta nella macchina da presa. Se il filtro attraverso cui possiamo scoprire la realtà è quello di uno spettacolo di morte al lavoro (cosa che l’immagine comporta sempre, ed è inutile soffermarsi su questo concetto noto), come è possibile non vivere un momento di lucidità e riconoscere quanto questo voyeurismo si sia trasformato in una misera pulsione di morte, solamente visiva e neanche più fisica (alla faccia di Freud)? Mentre la realtà (o presunta tale) è entrata nelle nostre case e ha monopolizzato la nostra pulsione scopica, parallelamente il desiderio di assistere alla “morte in diretta” è divenuto componente essenziale dello show system, che quando si limita ad essere informazione tragica da tg (per quanto sempre e comunque filtrata ed addolcita) mantiene un senso, che quando viene reinterpretata per faci comprendere la violenza degli Stati Uniti (come in Bowling a Columbine assurge allo status di necessità, ma che quando non destruttura la sua forma al limite, fintamente afflitta, coperta di perbenismo e disperazione a buon mercato, non può evitare di mostrare la propria disonesta e saccente posizione reazionaria, collusa con quel sistema della disperazione e dello sciacallaggio mediatico che vorrebbe al contrario, almeno nelle intenzione di base, cercare di attaccare.