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Amore, bugie e calcetto
Italia, 2008
di Luca Lucini, con Claudio Bisio, Claudia Pandolfi, Pietro Sermonti, Filippo Nigro, Angela Finocchiaro, Marina Rocco, Giuseppe Battiston, Max Mazzotta, Andrea Bosca, Chiara Mastalli

Goal al diritto all’aborto
recensione di Stefania Leo



La palla è la ragione di vita del 99% degli italiani e, come dice Giampiero Mughini, “se al bar si parla di calcio e non di politica, un motivo ci sarà”. Claudio Bisio e altri sei appassionati del calcetto, incrollabili, ogni venerdì s’incontrano per giocare. È un modo come un altro per dimenticare i problemi di ogni giorno: il lavoro che non va, l’età che avanza, i figli che urlano o che stanno per nascere, il futuro, l’amore, il sesso. I ragazzi della squadra Diana lo sanno bene ed è per questo che lottano con le unghie e con i denti per strappare al torneo la finale con gli Old Boys. Si tratta di Tacconi, Schillaci, insomma la vecchia guardia del calcio italiano, quelli a cui tutti vorrebbero segnare un goal.
Lo schema è sempre lo stesso: palla lunga e pedalare. Vittorio (Claudio Bisio) è il condor, attaccante della squadra e padrone di una piccola azienda. Accanto a lui, nel lavoro e nel gioco, Lele (Filippo Nigro), il mediano, l’uomo in bilico che non parla ma corre fra bimbi, moglie in crisi e lavoro incerto. Filippo (Pietro Sermonti) è il centrocampista cattivo, quello che falcia gli avversari e fa fuorigioco nell’amicizia. Piero è il signor Precisetti, ragazzo intelligente ma troppo controllato, fidanzato con Martina (Marina Rocco) che, per la pazzia di una notte, fa autogol alla sua vita e rimane incinta. Ma di un altro: Adam (Andrea Bosca). Lui è il portiere che vola e salva la squadra ad ogni tiro in porta, ma non riesce a salvare se stesso. Figlio di Vittorio, è in rotta col padre da sempre ed è innamorato della bellissima Viola (Chiara Mastalli).
In panchina c’è Mina (Giuseppe Battiston), il mister, tutto sigarette, caffè e calci di punizione. Guarda la squadra, la incita a diventare migliore, anche fuori dal campo.
Accanto a lui, il fido Venezia (Max Mazzotta) gli regge la sigaretta quando è ora di segnare.

Un tabù chiamato preservativo
Quando Adam incontra Martina, le dice: “questa ecografia dice che la data di concepimento è il 10 marzo. Era l’8 marzo la sera che siamo stati insieme e non siamo stati attenti”. Che, tradotto, significa “non abbiamo usato il preservativo”. Una parola semplice legata ad un oggetto che offre milioni di possibilità, milioni di futuri possibili. Martina decide di vendere il suo pasticcio come figlio di Piero e, insieme a lui, si trova a fare una scelta ragionata. Abortire è l’unica soluzione. Poi, guarda un po’, invece della visita per l’aborto, un’improvvida infermiera affida i due fidanzatini al medico addetto alle ecografie. Ed ecco che sullo schermo compare, nonostante Martina sia incinta da un solo mese, un improbabile feto formato con cuore e battito cardiaco. Un errore medico che non si è visto nemmeno nelle corsie televisive di E.R.. I due, commossi dal magico suono, decidono di tenere il bambino, ci costruiscono su un business e il loro futuro.
D’altro canto, anche tra le mura domestiche di una famiglia che di figli ne ha già due può succedere di tutto. Lele e Silvia (Claudia Pandolfi) attraversano un momento di crisi coniugale. Poi imparano a parlare: Silvia non può vivere dentro casa, sennò si deprime, e Lele vuole darle l’opportunità di farlo per riavere indietro una moglie con cui fare l’amore. Silvia rimane incinta: fatto ovviamente non programmato, ma, come dice lei, facendo l’amore tutti i giorni è possibile che succeda. Considerando l’esistenza di problemi come il sovraffollamento del pianeta e i piani di controllo delle nascite, sì, è possibile che succeda, ma non lo si può far sembrare così naturale.
D’altra parte si può dire che Amore, bugie e calcetto è dalla parte di chi vuole sconfiggere il problema dell’invecchiamento della popolazione italiana. Ma è possibile che tutto ciò giustifichi l’amnesia tout court sui contraccettivi?

Amore, bugie e calcetto è un film grazioso per i primi 60 minuti, quando le risate sono genuine e tutto il discorso appena fatto sull’aborto non si affaccia minimamente al pensiero. Peccato aver tradito una buona regia, quella di Lucini, con un soggetto un po’ furbo, dello stesso Lucini. Confidiamo che la lezione che Juno ha dato con il suo racconto costruito sull’uso del libero arbitrio, sia di qualche utilità al cinema di casa nostra, ancora troppo legato agli umori dell’attualità.