il Genere

Ombre rosse e fiamme del peccato
di Piero D’Ascanio

 
  ^ la Fiamma del peccato, di Billy Wilder

Fin dalle sue origini il cinema che iniziava a proporsi come “d’intrattenimento” comprese la volontà del pubblico di riconoscersi in meccanismi narrativi e iconografici facilmente accessibili ed “abitabili”. È questo il postulato essenziale da cui scaturisce il concetto di film di genere: in altre parole, la nascita del “contenitore” cinematografico per eccellenza è in tutto e per tutto una conseguenza diretta dell’industrializzazione del sistema di produzione hollywoodiano.
L’opera degli artigiani incaricati dalle case produttrici cominciò quindi a fornire progressivamente modelli ed elementi di volta in volta da adottare; si stabiliscono così le modalità narrative, le costanti iconografiche e tutto quel paradigma di figure e azioni che andrà a caratterizzare la riconoscibilità del racconto sullo schermo.
Ovviamente, si intrecciano fin da subito legami con sistemi di generi preesistenti, prendendo “a prestito” soggetti dalla letteratura, dal teatro, dalla storia; il processo è rapidissimo e va di pari passo con il perfezionamento dello stile classico dei vari Porter, Griffith, Ince: ed è così che in pieni anni Dieci Hollywood esporta già ovunque le sue storie e il suo modo di raccontarle, con il risultato che cinema hollywoodiano e generi cinematografici americani diventano sinonimi di Cinema e Generi tout-court.

Con il sonoro e la conseguente ridefinizione della scacchiera dei generi e delle case di produzione, il 1927 è anche la data convenzionalmente assunta per segnare l’inizio dell’età dell’oro dell’industria hollywoodiana, lo “Studio System”. Un sistema, com’è noto, a struttura rigorosamente verticale.
Fondamentale, per la sopravvivenza e la proliferazione dei film di genere, fu la distinzione tutta americana tra “high” e “low budget”, A e B movies: con lo Studio System le produzioni si suddividono in queste due grosse categorie, differenziate in base all’investimento economico e alla funzione in sala. La continuità assicurata dalla benemerita serie B, anche quando di pura routine, non solo tiene in vita il genere, ma lo codifica in maniera sistematica; e il “fare di necessità virtù” caratteristico del budget ridotto favorirà moltissimo la sperimentazione tecnica e artistica, linfa vitale per la sopravvivenza di quel cinema che doveva spesso fare a meno delle “vedettes” di Hollywood (a vero paradigma di creatività cinematografica, si prenda il lavoro di Val Lewton e Jacques Tourneur nel settore B della RKO). Per le “minors” e le case indipendenti (la Monogram, la Republic) in particolar modo, il B-movie costituiva poi la risorsa principale.
A partire dalla fine degli anni ’50, la produzione B sarà assorbita dal piccolo schermo, che assicurerà quotidiane pillole di genere comodamente a casa in telefilm dedicati a ogni latitudine dell’orizzonte del genere stesso: dal comico alla fantascienza, dal poliziesco al thriller, dalle arti marziali al western, eccetera.

La riconoscibilità spettatoriale del genere cinematografico si fonda sull’interazione costante di tre fattori fondamentali - fondamentali in ogni film, in realtà - e cioè “plot”, “setting”, “characters”: essi entrano in combinazione fra loro formando delle costanti, ed è grazie al convenzionalizzarsi di queste costanti che il pubblico arriva a riconoscere come facenti parte di un “genere” un gruppo di pellicole. L’etichetta di genere non può prescindere, quindi, dalla ricezione spettatoriale (ad eccezione del Noir, genere creato in sede critica quasi “post-mortem”, e cioè subito prima della fondamentale rivisitazione moderna).
I tre elementi citati incidono nella definizione del genere nella misura in cui incidono, con la loro continua interazione ed integrazione, nella definizione di ogni film narrativo: si tratta infatti delle tre note categorie proposte da Seymour Chatman a proposito del concetto di narrazione, ed il film di genere del periodo classico è, inutile dirlo, uno dei tipi di narrazione più forte: quasi citando dal celebre narratologo, si tratta sempre di un’interazione o conflittualità tra personaggi inseriti in ambienti codificati (personaggi e ambienti, insieme leggi: “esistenti”) nei quali si svolgono azioni e si verificano eventi.
La triade formata da plot, setting e characters, a ben guardare, può essere divisa in ulteriori categorie, una delle quali sarà sicuramente formata dall’unione di ambientazione e personaggi, e cioè dall’ambito iconografico del genere. Il dato iconografico è assolutamente basilare per l’immediata comprensione del genere da parte del pubblico, che riesce con pochi dati visivi a leggere ed identificare il tipo di film cui sta assistendo; pensiamo al Western, sicuramente il genere più chiaramente e immediatamente connotato a livello di informazioni visive, tanto che grazie alla subitanea riconoscibilità dell’universo messovi in scena vi facciamo spesso rientrare film che sono lungi dall’esser dei western veri e propri: ci viene in mente il mitico Johnny Guitar, 1954, di Nicholas Ray, western moderno per antonomasia – ricordiamo che il genere in questione subisce una prima rivisitazione/ridiscussione già negli anni Cinquanta - ma anche il più vicino a noi i Cancelli del cielo, 1980, di Michael Cimino.
Non è, tuttavia, la semplice reiterazione degli elementi che conferisce loro senso; è la loro ricorrenza all’interno di una formula convenzionalizzata che li dota di un significato a priori. Questa consuetudine investe anche i personaggi, a prescindere dal loro più o meno sviluppato approfondimento psicologico; essi sono soggetti ad una “distribuzione sistematica dei ruoli”, direbbe Marc Vernet, in cui ognuno ricopre una specifica funzione formale, una sorta di esistenza legata al “tipo” rappresentato, perché ciò che interessa è la totalità delle azioni compiute nell’arco della durata della storia. Il personaggio del cinema di genere, grazie alla sua caratterizzazione immediata ed evidente fornita dalla prefissata particolarità iconografica, trascende la sua presenza fisica, per trasformarsi in simbolo in quell’arena di segni convenzionali che è l’ambiente / contenitore di un genere cinematografico. Il personaggio diventa simbolo e aiuta il pubblico nel riconoscimento, ma a sua volta tale figura si lega a doppia mandata al divo che abitualmente incarna un determinato ruolo all’interno di un altrettanto specifico genere; sottolineando come la presenza del divo, con la codificazione del suo ruolo all’interno di un preciso contesto, riesca anche a veicolare il senso del racconto, indirizzando lo spettatore verso la lettura esatta del suo significato.
Rick Altman, che alla teoria del genere nell’era classica ha dedicato fondamentali studi, mette in evidenza una fondamentale funzione collettiva cui secondo lui il film di genere assolverebbe: infatti tale tipo di prodotto dà allo spettatore il massimo di “piacere della visione”, dal momento che tutto in un contesto di genere è fondato sui meccanismi della “trasgressione”; a lottare tra di loro infatti sono sempre modelli morali ed etici opposti, incarnati dall’eroe di turno e dalla ricca galleria di personaggi “eccentrici” che caratterizzano continuamente tale contesto. Lo spettatore “abita” il film col massimo piacere cosciente del fatto che tutto tornerà nei ranghi (morali, etici, legali) entro la fine della proiezione; vivrà al massimo grado il piacere della trasgressione, accompagnato in mezzo ad un ricettacolo di personaggi più o meno tarati da una sintassi cinematografica del tutto al servizio dei fatti, ma non perderà mai realmente le sue certezze, dal momento che è ben consapevole del fatto che tutto nel finale verrà reintegrato nella norma.
La perdita delle certezze deve ancora verificarsi, e questo inizierà ad avvenire, lo sappiamo bene, all’alba dei Sessanta, per culminare a metà dei Settanta: il cinema americano che rinasce sulle macerie dello smantellamento di Hollywood farà proprio come il suo immediato predecessore d’anteguerra, e ripartirà (anche) dai generi; ma sarà cambiato il segno, e ciò che prima veicolava l’ideologia dello Studio System ora esprimerà la più flagrante delle crisi.

A mo’ di sommario finale, indicheremmo nei Generi maggiormente beneficiati tanto di una codifica illustre quanto di una rigogliosa rivalutazione in chiave critica e “autoriale” - nella misura in cui sono stati capaci di trasmettere tutto ciò che è “altro” da essi -, il Western (il film d’Avventura è una sua discendenza), il Noir (comprensivo delle sfumature Gialle, Gangster e Poliziesche), l’Horror e la Fantascienza.
La situazione attuale purtroppo si distacca sensibilmente dal quadro proposto: soprattutto, se i primi due generi hanno conosciuto nell’ultimo decennio bagliori inaspettati - merito di cineasti come Eastwood e Costner da una parte, Fincher e Nolan dall’altra - lo stesso non può dirsi per i restanti due. Ne sopravvivono vestigia solo nelle serie televisive; il panorama cinematografico è infatti sempre più desolante.
Nella seconda parte di questo rapido quanto appassionato excursus, vedremo proprio quanto seppero trasmettere l’Horror e la Fantascienza ai fortunati spettatori del dopoguerra.