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il Cerchio e Lavagne

Geometrie dell'oppressione
Primo Piano di Carolina Parisi



^ Lavagne, di Samira Makhamalbaf

I maggiori festival di cinema occidentali, premiano quest’anno due film iraniani: Lavagne ha vinto a Cannes il Gran Premio della Giuria , mentre il Leone d’oro di Venezia è andata a Il Cerchio.
Sorprendentemente il primo è un film al “maschile” girato da una donna, la giovane Samira Makhamalbaf, qui alla seconda prova dopo La mela, il secondo è un film sulle “donne” girato da un uomo, Jafar Panahi già noto al pubblico per Il palloncino bianco e Lo specchio.
Le due storie anche se diverse, hanno un punto d’unione: sono storie di viaggio e resistenza.
L’una è un viaggio nei territori del Kurdistan iraniano, l’altra un viaggio nella Teheran moderna, due luoghi di frontiera ideologica più che geografica, dove resistere significa soprattutto non arrendersi…al nemico.
In Lavagne il titolo è perentorio, ma in modo inusuale. Qui le lavagne del titolo, portate in spalla per l’aspro territorio dai due maestri, trovano mille utilizzi meno quello a loro deputato: insegnare a leggere e scrivere. Servono a trasportare feriti, sostenere gambe rotte, riparare dai proiettili di cecchini, creare privacy… L’idealismo dei due maestri poi, non è così estremo, dato che si accontenterebbero di un pezzo di pane, o di pochi soldi in cambio del loro sapere.
Il difficile sta nel trovare qualcuno disposto anche solo a voler imparare a scrivere il proprio nome, segno di un’identità quasi dimenticata, nel più frantumato Iran. Così un maestro trova in un gruppo di baby contrabbandieri la sua classe ideale anche se per poco, mentre l’altro imbattendosi in un intero villaggio di profughi darà l’unico suo bene, la lavagna, come pegno di matrimonio. Voler cercare di creare un popolo libero attraverso la cultura sembra non sia possibile qui, dove sia i vecchi che i giovani hanno lo stesso problema: fuggire, mettersi in salvo, cercare di sopravvivere. Le situazioni surreali di Lavagne ci consegnano la visione di un film originale, a tratti geniale e divertente pur affrontando un tema che avrebbe una facilità estrema a cadere nel consueto pietismo di molti film, soprattutto occidentali. Questo modo di affrontare le storie e forse , non lo sappiamo, la vita, è proprio del cinema iraniano già noto al pubblico attraverso le opere di Abbas Kiarostami e Makhmalbaf senior, che in questi anni hanno fondato un’estetica, e quindi un’etica cinematografica che questo film ben difende, nutre e diffonde.

Anche Il Cerchio s’inserisce brillantemente nel discorso appena fatto.
E’ stato tracciato un parallelismo tra Jafar Panahi e Cesare Zavattini, per il modo di affrontare un certo tipo di storie, oltre che per il famoso “pedinamento” dei personaggi, usato anche nei film dell’iraniano.
Egli smentisce e dice di non conoscere i film di Zavattini e neorealisti: se questo sia vero o no non c’interessa poi più di tanto, ma forse questa somiglianza è un elemento che il pubblico italiano apprezza anche inconsapevolmente, per “genetica” cinematografica.
Con una struttura circolare il film narra, ma sarebbe meglio dire denuncia, la situazione di penosa libertà coatta delle donne iraniane. L’inizio del film si apre con il pianto di un neonato, che alla risposta “è una femmina!”, provoca nell’ansiosa nonna un malessere dettato dal sapere che cosa questo significhi per madre e figlia: la vergogna.
Le protagoniste del film fuggono nella loro città, Teheran. Fuggono dalla costrizione e dal potere qui impersonato da quelle tre o quattro figure maschili con cui vengono a contatto: padri, fratelli, mariti, controllori di treno, poliziotti. L’uomo è marginale in questo film, è il grande escluso, è la presenza assente che domina la loro vita.
Nel 1939 George Cukor realizzò Donne, film interamente al femminile, dove non appariva mai nessun uomo, in fondo però sempre presente nei discorsi della donne. Ma se Cukor ha realizzato una divertente commedia, qui si parla di vita o di vita presunta.
Madri o puttane, ribelli o semplici mogli lavoratrici, ogni donna deve lottare per avere il minimo: un biglietto d’autobus, un pacchetto di sigarette o ottenere il permesso per una semplice passeggiata.
Figura geometrica e ideale di una costrizione inflitta, il Cerchio, si stringe intorno alle vite delle donne iraniane, strozzandole e relegandole in un ruolo infimo, sede di una morte sociale che non lascia via di scampo a nessuna.
Con l’ultima sequenza, come un serpente che si morde la coda e che chiude il cerchio, troviamo tutte le protagoniste del film in quella cella iniziale da cui sono fuggite. Sedute a terra vicine l’una all’altra, la panoramica circolare della camera ci mostra un luogo mentale e metaforico, di reclusione ma anche di aggregazione. Il solo luogo possibile, purtroppo, dove si possa parlare di donne tra donne!