Vanilla sky

Il remake (non) lineare
di Adriano Ercolani

 
  id., Usa, 2001
di Cameron Crowe, con Tom Cruise, Penelope Cruz, Cameron Diaz, Kurt Russell, Jason Lee


Nella storia recente del cinema americano vi sono pellicole che, nate all’insegna del più eterogeneo progetto commerciale, si rivelano poi essere una miscela mal riuscita di elementi tra loro poco amalgamabili. Nel caso di questo Vanilla Sky invece l’esperimento è riuscito quasi in pieno, anche se le premesse erano a dire il vero alquanto preoccupanti: prima di tutto l’idea di fare il remake americano di Apri gli Occhi (1998) di Alejandro Amenabar, una pellicola che a dire il vero non ci aveva entusiasmato, soprattutto per la scarsa coerenza della trama e l’estremo distacco "intellettualoide" con cui il regista l’aveva diretta; secondo elemento di inquietudine è stato poi sapere che Tom Cruise aveva preso in mano l’idea e aveva chiamato al timone della nave l’amico Cameron Crowe, che fino a quel momento aveva diretto soltanto (godibilissime) commedie. Cosa avrebbero combinato la più grande star commerciale di hollywood ed un regista specializzato in tutt’altro tipo di cinema, se messi alle prese con il rifacimento di un film difficile, oscuro e poco adatto al grande pubblico, come appunto era Apri gli occhi? Fortunatamente abbiamo sottovalutato l’intelligenza produttiva e la bravura d’attore del signor Cruise e soprattutto l'abilità di sceneggiatore e regista di Cameron Crowe. Anche se il film è praticamente uguale all’originale, l’adattamento dell’autore di Quasi Famosi lo rende decisamente più intellegibile nello svolgersi della vicenda, e perciò adatto alla comprensione di un pubblico più vasto, rimanendo capace di accontentare anche i palati più fini. Rispetto alla prima versione, infatti, la storia viene condita con una buona dose di romanticismo, che una volta tanto non guasta, anzi. Alla fine del film infatti - mentre poco o nulla ci era importato del destino dell'irritante personaggio di Apri gli Occhi - ci siamo ritrovati commossi a parteggiare per il buon esito delle vicende di Tom Cruise, affascinati dall'onirica bellezza della scena di chiusura. Nella quale arriva la spiegazione degli eventi, che rende la trama, fino ad allora avvincente ma non sempre comprensibile, un piccolo gioiello di costruzione narrativa, servita inoltre da un ottimo cast di attori. A rendere l’opera ancora più affascinante contribuiscono molto un montaggio volutamente non lineare ed esplicativo, che incastra vari piani temporali con intelligenza, e soprattutto la magnifica fotografia di John Toll, capace di un'eleganza e di un'asciuttezza di immagine davvero sorprendenti. Fra le altre cose Crowe da corpo ad un'intuizione vertiginosa e ficcante: che, dovendo ricreare un mondo "felice" e ideale, il protagonista faccia incoscaimente appello ad immagini ed esperienze direttamente prelevate dalla cultura pop (copertine di dischi, suggestioni televisive e così via), trasfigurandole in una apparenza di realtà, senza che però i riferimenti di partenza siano immediatamente intellegibili. L'immaginario pop diventa una sorta di eco, uno sfondo coerente che, nel tono onirico e fuori dal tempo del film, si rivela una guida densa di emozioni che tutti bene o male possono condividere. Ed è anche questo che, in modo decisamente originale, riesce ad avvicinare lo spettatore a dei personaggi inizialmente troppo belli, ricchi e irritanti per poter pretendere amore. Più scopertamente, lo stesso discorso è perseguito nell'allestimento della colonna sonora, che mette insieme episodi modernissimi (Radiohead) con classici raffinati e gaglioffi (Todd Rundgren) e puntuali inediti (Paul McCartney). Crowe è così sicuro delle sue scelte musicali da stravolgere più di una volta la regola che suggerisce di utilizzare la musica per caricare ancora di più l'emozione di un dato momento nella stessa direzione delle immagini (per esempio: momento triste più musica triste), scegliendo accostamenti a volte spiazzanti che contribuiscono a stratificare il senso e la temperatura emotiva della scena. In un periodo in cui la mancanza di idee interessanti nel cinema americano sta portando all’abusata pratica del remake, Vanilla Sky dimostra come, se questo tipo di progetto viene realizzato da uomini di cinema intelligenti e capaci di re-interpretare con astuzia una data idea, allora il nuovo modello può essere addirittura più interessante del prototipo.