Son de mar
L’eros e il canone
di Francesco Rosetti

 
  id., Spa, 2001
di Bigas Luna, con Jordi Mollà, Leonor Watling, Eduard Fernandez


Tempi duri per gli erotomani irriducibili al cinema: forse perché, nonostante tutto il novecento sia percorso da una connotazione fortemente liberatoria ed eversiva dell’eros (dalle avanguardie a Marcuse e Deleuze alle mutazioni corporee di certa fantascienza filosofica), la cosiddetta civiltà dell’immagine (in questo caso sarebbe meglio dire del feticcio), è riuscita a digerire simili stimoli libertari (libertini) nel proprio ventre molle e a ritradurle in estetiche condivise quanto pacchianotte. Se l’ eros, nell’ottica di certi autori doveva continuare a costituire un tabù da infrangere, uno spauracchio informale e distruttivo, la pulsionalità infinita di un corpo che desidera fino ad autodistruggersi, oggi il tabù non c’è più, anzi l’informe della pulsionalità infinita si è ritradotto nella forma perfetta e plastica del corpo patinato e opportunamente digitalizzato (i ritocchi al computer non si fanno mai mancare e addio smagliature).
Insomma la digitalizzazione dei corpi e dell’erotismo ha dato vita ad un nuovo canone della forma perfetta, levigata e traslucida, mutatis mutandis da nudo neoclassico, con in più l’esotismo da villaggio vacanze e le posture ginnico-sessuali da calendario. Chi ne ha fatto le spese sono i vari Brass, Bigas Luna, Aranda e altri registi-autori che del desiderio e delle sue illimitate valenze edonistiche avevano fatto il cardine di una riflessione estetica; provenivano da “L’uomo ad una dimensione” di Marcuse e dall’ “Antiedipo” di Deleuze e Guattari e sono finiti rinchiusi in un genere per guardoni a buon mercato, ripiegando su meste logiche di consorteria (del tipo l’eros è mio e ne parlo solo io), un marchio di fabbrica tra tanti insomma.
Aranda fa una Carmen da telefiction, solo con molti metri quadri di epidermide in più spiattellati allo spettatore, la messa in scena rimane da fogliettone e il puro corpo Carmen rimane vittima della ‘Sindrome di Malena’, cioè decade da icona ineffabile e funebre a pura dispensatrice di amplessi.
Tinto Brass, più cinico e disincantato, pensa, forse con amarezza, che il desiderio, al giorno d’oggi, sia inagibile e ci sia spazio soltanto per il voyeurismo distratto e distaccato del porno, e al porno regredisce, magari cercando di ammiccare e far capire che lui comunque abbia classe e sia nutrito di buone letture. Così dai suoi film emana una strana atmosfera contraddittoria, come aggirarsi per un salumificio in cui la filodiffusione manda Mozart e Da Ponte, nonché citazioni da libertinismo bianco (essendo, quello sadiano e decadente, libertinismo nero), come se il menefreghismo potesse ammantarsi della propria erudizione e usarla come scusa. E Bigas Luna? Il suo caso è emblematico e, se vogliamo, ancora più irrisolto. Letteralmente imploso con il leggendario Bambola, omaggio onanistico ai glutei della Marini e vertice dell’immaginario da norcineria anni novanta, con un solo film pagava una lenta ma inesorabile erosione di ispirazione, ed una eccessiva fiducia nelle immagini mostrate, da Prosciutto Prosciutto, troppo indeciso tra Bunuel e Almodovar ai fellinismi di La teta y la luna.
Anche per lui, la ricerca del carnale alla fine aveva portato all’abuso di anguille, capitoni e ammennicoli del genere.
Se l’ eccesso è un codice oramai condiviso nell’ immaginario, il suo effetto eversivo non può più essere raggiunto e, come diceva Breton a Bunuel “Oggi è sempre più difficile scandalizzare qualcuno”. Anche in questo Son de mar, più autoriale e sentito rispetto alle ultime prove del regista spagnolo, il problema è di ordine figurativo e non viene risolto. Come ritrarre il sesso, l’ eros, i corpi? Purtroppo Bigas Luna nutre eccessiva fiducia in una solarità mediterranea e mitografica e nel nudo plastico (codici e segni oramai condivisi) e la storia di un triangolo tragico tra Martina (Leonor Watling), Ulises (Jordi Mollà) e Sierra (Eduard Fernandez) funziona male, non tanto nel versante narrativo e melò (che a Bigas Luna interessa solo come canovaccio), quanto sul piano della visione, la cui eleganza non trafigura, ma rimane leccata. L’eros manca perché l’occhio denota e non desidera, si accontenta della bellezza programmatica che gli passa davanti e nemmeno servono granchè gli sbuffi surreali di Azcona. Resterebbe il mito di Ulisse, la simbologia del viaggio, del ritorno del rimosso, della fuga; resterebbe la bellezza liquida e informe del mare (instabilità pulsionale= instabilità visiva), ma tutto è troppo allegorico e i simboli galleggiano in una certa disattenzione visuale. Forse anche per ritrovare l’ eros al cinema bisogna credere di meno alle immagini e partire dalla manipolazione del linguaggio e dei codici, altrimenti non resta che l’onanismo con metafore. E in sala rimane solo un voyeur impigrito