Ken Park

Il mestiere più antico del mondo
di Luca Perotti


Venezia 59 - 2002
  Ken Park, Usa, 2002
di Larry Clark ed Ed Lachman, con James Ransone, Tiffany Limos, Stephen Jasso, James Bullard


Un ragazzo si lega alla maniglia della porta stringendo la cinghia attorno al collo per aumentare il piacere durante la masturbazione, mostrata da Larry Clark in tutto il suo solenne "itinerario": dall'eccitazione all'eiaculazione.
La sequenza in questione, comprensiva di primissimo piano sullo sperma sgocciolante, lungi dal costituire l'essenza di Ken Park, sintetizza tuttavia la modalità applicata dal regista a questo suo ennesimo resoconto di un universo di adolescenti còlti, analogamente a quanto succedeva in Kids e Bully, nella duplice dimensione domestica e comunitaria.
Convinto evidentemente di operare una scelta trasgressiva e anticonformista, Clark riduce il concetto di realismo ad un'equazione semplicistica e anche un po' baldracca secondo la quale la messa in scena esplicita dell'atto sessuale diventerebbe un automatico segnale di autenticità nella descrizione di un mondo; una presunzione dettata, forse, dal generico coraggio di rendere visibile ciò che altri artisti non mostrano e che corrisponderebbe a ciò che genitori, o adulti in generale, si rifiuterebbero di ammettere possa appartenere all'universo quotidiano dei propri figli.
Ergendosi però ad improbabile baluardo contro il bigottismo, Clark finisce in realtà per calare la maschera svelando pedanti intenzioni moralistiche ed educative, dirette ad un pubblico a cui vuole imporre il proprio regime di verosimiglianza per indottrinarlo su un'America marginale e isolata, puntando ruffianamente sulla logica dell'impatto sconcio, una strategia vecchia più o meno come il primo uomo nella storia del mondo ad essersi fatto una sega.
Una simile strategia si rivela controproducente perché finisce per svilire le qualità registiche di Clark, offuscandone sia il mirabile gusto fotografico, sia l'abilità a gestire con arguzia i tempi di durata delle inquadrature. In particolar modo, il suo errore più pacchiano consiste nel lasciare che l'attenzione si concentri eccessivamente sul "cosa" viene mostrato quando dovrebbe delegare , asciugando secrezioni e velleità ribelli, esclusivamente a quei volti e a quei corpi intrappolati dentro spazi soffocanti, la facoltà di comunicare, dall'interno dei confini di inquadrature oscillanti e nervose, uno stato d'animo e sociale.
La sua narrazione obbedisce ai ritmi di un surplace alienato e condotto ben oltre il punto di saturazione. Ed è dunque la costrizione coatta ottenuta indugiando con insistenza su individui estratti dal branco e pedinati nel loro impaccio di vagabondi a zonzo per un mondo amaramente somigliante ad un immenso hard discount, a produrre un angusto cul -de-sac che suggerisce con efficacia l'impossibilità di un ricompattamento dei legami domestici e il conseguente slancio scomposto in direzione di un affrancamento dal disagio esistenziale.
Avere invece, con una overdose di ingenuità, prevalentemente impostato il suo progetto in termini di "legittimità estetica", ricorrendo volontariamente ad immagini pornografiche, ha significato nascondere le sue pretese predicatorie tra le ombre di obsoleti interrogativi ontologici. Il suo discorso sociologico, comprensivo di messaggio moralista, finisce dunque per disperdersi, a causa della negligente sollecitazione delle solite polemiche antiche come la prima adolescente ad aver fatto un pompino senza dire niente a mamma e papà.
La disperazione dell'universo teen di Kids si accentuava nella palese assenza di strumenti culturali e di riflessione atti a far luce su un cronico appiattimento del pensiero e da cui scaturiva il pressante impulso all'annullamento mediante la soddisfazione smodata delle pulsioni primarie in un percorso che tendeva freudianamente verso la morte.
A questa assenza di strumenti culturali si aggiungeva l'omissione dei consueti riti di passaggio che nell'adolescenza costituiscono una sorta di angosciosa ma essenziale oasi catartica da cui ripartire; una presenza che nei film incentrati su bambini e adolescenti assume un valore consolatorio perché offre la possibilità di filtrare una condizione umana disagevole attraverso il comodo appoggio del mito.
Entrambi questi "vuoti" sono presenti anche in Ken Park, ma ad alterare l'originalità e la scorrettezza delle opere precedenti vi è purtroppo l'aggiunta di goffe pretese di giustificazioni sociologiche decisamente troppo adiacenti ad uno stereotipo mondial-popolare.
Nonni rincoglioniti, padri predicatori oppure omofobi (ovviamente omossessuali repressi) e violenti producono una prole disgraziata e spostata: altra equazione terribilmente vera ma ancora più baldracca di quella di prima se non altro perché riduce disonestamente un fenomeno complesso al più immediato dei luoghi comuni.
Insomma Clark, persuaso di aver inventato chissà che, si prodiga in ciò che la maggior parte degli artisti semplicemente "sceglie" di non fare, ovvero pensare di far coincidere il realismo con la rappresentazione esplicita di ciò che abitualmente non è reso visibile. Una scelta poco astuta, per chi intende lanciare messaggi, soprattutto dal punto di vista distributivo e che ha una stretta somiglianza con l'atteggiamento di un'educanda che gioca a fare la puttana ma conserva ben saldo il desiderio (in)conscio di rimanere vergine.