Cinema, film, recensioni, critica. Offscreen.it


Guardami
Italia, 1999
di Davide Ferrario, con Elisabetta Cavallotti, Stefania Orsola Garello, Flavio Insinna, Gianluca Gobbi, Claudio Spadaro, Angelica Ippolito, Luigi Diberti, Luis Molteni

Irrisolto ma prezioso
recensione di Stefano Coccia



Davide Ferrario, il regista di Tutti giù per terra e Figli di Annibale, campeggia nei nostri ricordi festivalieri assieme allo sguardo/calamita che Elisabetta Cavallotti sfoggia nel manifesto di Guardami. Dietro quegli occhi, un punto interrogativo. Ovvero una pellicola lanciata consapevolmente (perché altrimenti esporsi di fronte alle forche caudine della rassegna veneziana?) nel mare delle polemiche, più o meno attinenti al cinema. Più che sindacare su tale scelta artistica e di mercato, troviamo più appropriato ignorare il più possibile il contesto rovente in cui il film è stato presentato. Gli stessi media, usualmente, privilegiano grossolane semplificazioni e rassicuranti confronti; per chi cerca forzatamente lo scandalo è gioco facile mettere sullo stesso piatto della bilancia opere che conservano ognuna una propria fisionomia .
Guardami non è Stanley Kubrick, e tantomeno il famigerato Gojitmal (Lies), quindi lasciamo ad altri il piacere di soffermarsi sull’eros come filo conduttore della mostra, con il conseguente livellamento di ogni discorso critico.
Continui tale gettonato argomento ad alimentare la peggiore retorica, compresa quella scontata e stantia degli alti prelati con il vizio di scrivere presenti al Lido, pesci fuor d’acqua a disagio nel setacciare film che non siano “senza speranza” e “privi di spiritualità ”.
Il cinema, naturalmente, si concede ed esprime altre libertà. Cancelliamo dunque altrettanto liberamente questo velenoso e sterile background, rispondendo alle nostre stesse perplessità in forma quasi tautologica.
Guardami è semplicemente un film di Davide Ferrario, teso a recuperare dal proprio passato cinematografico determinate cifre stilistiche e tensioni emotive, sfacciatamente “coperte” da un gusto della provocazione sostenuto a fatica e con esiti contraddittori.
Una svolta, o un passo falso?
Pur attendendo con ansia la direzione che prenderà la carriera artistica del regista , non ci sentiamo di fare valutazioni in proposito. Anche perché Guardami, lo ripetiamo, è un film saturo di idee profonde ed originali, ma è anche un rebus irrisolto, complicato dal passo incerto impresso alla storia dall’autore stesso. Davide Ferrario, un’anima divisa in due. Da una parte il sesso, esplicito, esibito senza remore, teorizzato nella filosofia spiccia dei set del porno e dei suoi pittoreschi frequentatori. Dall’altra, incredibilmente, spunta fuori l’amore, l’emergere o il riemergere di rapporti affettivi che incidono profondamente nell’equilibrio emotivo della protagonista. Il film si colloca in questa frattura, traendone benefici e generando dubbi.
Il primo dubbio, sostanziale, riguarda la rappresentazione del sesso. Le scene esplicite che si sussegono non concedono nulla alla fantasia; imbarazzanti nella loro banalità e meccanicità, dopo il disagio iniziale comunicato allo spettatore, degradano sempre più verso una evidente ridicolizzazione dei soggetti rappresentati. Tutto contribuisce a questo effetto. Le battute volgari dei professionisti coinvolti nelle riprese, le descrizioni “tecniche” delle pose richieste agli attori, i provini, l’ansimare degli interpreti, le inverosimili scenografie terribilmente kitsch.
L’abilità registica di Ferrario isola i corpi e li rende ancora meno appetibili in questo tourbillon di elementi cromatici psichedelici; carrellate ravvicinate spiano il sudore sulla pelle, dettagli anatomici esibiti come trofei.
Se vi è un processo di fascinazione, è indirizzato istintivamente sui colori accesi, sugli arredi, e sui momenti dello spettacolo più buffi e grotteschi.
L’overdose di sesso produce un effetto contrario, sottrae potenziale erotismo a tali scene per trasformarle in un gioco ginnico, privo di autentica sensualità, in ultima analisi asettico.
Eloquente in tal senso l’accostamento di una sequenza ambientata sul set di un film porno alle immagini di un ambiente ospedaliero con il suo corredo di locali freddi, luci snervanti, flebo, ed altre apparecchiature; contrappunto ideale un brano degli Ustmamo decisamente appropriato, Kemiospiritual .
Ma, sfortunatamente, Ferrario non costruisce un retroterra solido intorno a queste scelte. Se il mondo dei “professionisti” del porno sfora frequentemente sul macchiettistico, Elisabetta Cavallotti, alias Nina , l’affermata pornostar protagonista della storia, complica con la molteplicità delle sue motivazioni il quadro tematico del film.
Sterile insistere, anche a proposito della malattia che la colpisce, sull’eventuale ispirazione tratta dalle vicende private di una nota diva del porno. Laddove Guardami si avvicina maggiormente alla cronaca, all’allusione a certi personaggi operanti nel settore, ai metodi di lavoro di affermati manager e registi, la pellicola s’impoverisce contenutisticamente, si perde in banalità. Quando si indaga più sottilmente sulla personalità di Nina emerge un quadro ricco e si rivelano le contraddizioni cui abbiamo fatto riferimento.
Lo spirito provocatorio di Nina si esprime non diversamente dall’atteggiamento sarcastico di Valerio Mastrandrea in Tutti giù per terra , creando una barriera, un divario con il mondo intorno.
La barriera di Nina è fatta di spavalderia, orgoglio nel rivelare la propria professione a gente comune, come l’infermiere ed il malato/futuro amante conosciuto in ospedale. In un precedente dialogo, nello spiegare la ragione della sua scelta di vita, la giovane donna afferma di anteporre ai soldi e al piacere del sesso, che pure fanno parte della sua vita, una dichiarata forma di esibizionismo, la volontà di soggiogare l’immaginario degli uomini che la guardano e dominarli con il potere del sesso stesso. Guardami!
Le argomentazioni sull’ eros di Nagisa Oshima sembrano trovare in tali parole una rozza e approssimativa parafrasi.
Ma l’anelito di libertà, la strafottenza della protagonista, non collimano completamente con le altre motivazioni che la mano insicura di Ferrario fornisce alla sua eroina.
L’efficacia del sesso è quindi messa in discussione dalle scelte linguistiche del regista, ribadita dalle fiere rivendicazioni di Nina, relegata infine in secondo piano dalla pressione esercitata dai sentimenti.
L’ospedale regala a Nina l’amicizia sincera di un infermiere generoso e schietto e l’amore di una persona sensibile e sfortunata. Strano. Il terzetto che si è creato è come se sfuggisse alle sollecitazioni e ai ruoli imposti dalla società, un appartarsi che non è in fondo così lontano dalla fuga, reale, on the road dei personaggi in difficoltà con la vita de I figli di Annibale. La serenità e la naturalezza nello stare insieme superano persino il possibile imbarazzo dei due maschietti nel ritrovarsi visitatori del set di un film a luci rosse.
La diffidenza, il disagio, il peso di una differente esperienza di vita cedono il posto alla sincerità del loro affetto. Questa vocazione in fin dei conti “umanistica” di un Ferrario al solito sensibile e schietto si completa con un ulteriore elemento, abbozzato a dire il vero in maniera molto schematica, il rapporto complesso di Nina con il padre, stimato professionista e volontario in una struttura ospedaliera in Bosnia.
Il già delicato e controverso rapporto tra i due vive un momento significativo nella visita della figlia al genitore, visita che raggiunge il momento più intenso di fronte ad un simbolo potente, il ponte distrutto e poi ricostruito a Mostar. Ma l’impressione sgradevole è che Ferrario si limiti ad utilizzare le forti suggestioni del conflitto bosniaco per indugiare sulle inquietudini esistenziali dei propri personaggi, rimanendo su un’orbita ellittica troppo raramente vicina all’epicentro tragico degli eventi cui fa riferimento.
Uno sguardo “esterno” che, ad esempio, con la storia dell’uomo che non ha più la voglia e la forza di tuffarsi dal ponte sul fiume come era solito prima della guerra, rischia di strumentalizzare la drammaticità dell’aneddoto per rispecchiare le angosce sorte nell’animo turbato di Nina.
Il proverbio citato dal padre nel raccontarle questa storia, “la paura ti mangia l’anima” fa poi venir voglia d’indagare se nella martoriata zona sia effettivamente di uso comune, o se ai bosniaci sia stata assegnata d’ufficio una conoscenza della cinematografia di Fassbinder. Rimane il paradigma di un cinema italiano sensibile ai risvolti più profondi della crisi jugoslava, anche se la resa di tale interesse in Guardami lascia qualche perplessità.
Più onesto, ma soprattutto più intimo e partecipe l’accostarsi di Barbara Albert al dramma balcanico: la regista austriaca di Nordrand con il suo film corale, multietnico, coltiva il fiorire di diverse solitudini in una Vienna gelida e indifferente. Alcune di queste storie convergono su Sarayevo, come su un altro polo magnetico che calamita sofferenze, fughe e ritorni.
Due percorsi differenti ci guidano ad est, partendo da realtà culturali per vocazione destinate a sentirsi ponte sospeso sull’Europa.
Potrà sembrare che la parentesi bosniaca, che tutto sommato rimane ai margini della struttura narrativa di Guardami, abbia occupato uno spazio eccessivo nella nostra analisi.
In parte è così, considerando che è rimasta in secondo piano una considerazione più attenta delle scelte stilistiche di Ferrario, svolte all’insegna di una creatività e vivacità encomiabili seppure non sempre sotto controllo.
Ma ci è sembrato opportuno insistere su certe tematiche che possono orientare la visione di un film problematico, irrisolto, ma ricco di tensione interna.