Ghost world

Lo spettro del presente
di Giorgio Simbula

 
  Ghost world, USA, 2002
di Terry Zwigoff, con Thora Birch, Scarlett Johansson, Steve Buscemi, Brad Renfro, Illeana Douglas

Ghost World è un film raro, difficile, che rischia di deludere, o quantomeno disorientare, anche chi è abituato alla causticità della commedia “indie” americana. Prima di tutto perché, benché sia stato promosso come tale, Ghost World non è proprio una commedia.
Daniel Clowes, l’autore della striscia da cui il film è stato tratto, è una sorta di Raymond Carver del fumetto. Il suo sguardo minimalista si posa, ora empatico ora distaccato, su un mondo iperreale in cui perfino i super eroi devono fare i conti con una quotidianità che scoprono essere ben lontana dall’olimpo Marvel che avevano immaginato. E’ il caso, ad esempio, di Black Nylon, il giustiziere mascherato sul viale del tramonto affetto da turbe psichiche, in rotta con l’ex moglie e abbandonato dall’analista per un più giovane e accessoriato “collega”. La stessa stordita lotta contro i mulini a vento tocca ad Enid, la diciottenne protagonista di Ghost World, che nonostante la maschera da Cat Woman comprata in un sexy shop si rende conto di non poter salvare il mondo, né sé stessa, dalla spietata macchina omologatrice del sistema.
Il problema di ricostruire l’intreccio a partire da una struttura episodica come quella del fumetto, viene vissuto Zwigoff e da Clowes, che ha collaborato alla sceneggiatura e alla complessa parte iconografica, come un’occasione per ridefinire la storia e fare dello script (e del film) qualcosa di più di un riuscito adattamento.
Il filo conduttore resta l’amicizia che lega Enid a Rebecca, qui ispessito da alcune modifiche alla storia originale, come la decisione di dividere un appartamento invece di quella, meno forte, di intraprendere insieme il viaggio verso il college che solo Enid, forse, frequenterà. Anche la trovata del corso di recupero, che costringe Enid a passare l’estate in città, serve a creare un contesto per i tanti “momenti liberi” che le amiche passano insieme. Non solo, ma fornisce lo spunto per un plot secondario, quello delle “lezioni”, e un personaggio, l’insegnante ex hippie tanto priva di talento quanto incapace di riconoscerlo, assolutamente originali. Così come originale, tra le altre, è la storia dell’amicizia amorosa tra Enid e Seymour, personaggio ispirato al patetico inserzionista che nel fumetto compare solo nell’episodio del ristorante finto anni ’50. Oltre a diventare l’obiettivo prima dell’amicizia e poi dell’amore di Enid, Seymour rappresenta una specie di “sunto” dei personaggi maschili e delle tematiche che popolano gli altri fumetti di Clowes (vedi il discorso sull’iconografia razzista abbozzato in Ginecology, qui spunto per una riflessione sull’ipocrisia del poltically correct).
Josh, che nella striscia a fumetti è il personaggio maschile principale, oltre che al centro di un delicato triangolo che coinvolge anche Rebecca, passa nel film discretamente in secondo piano con gli altri abitanti di questo mondo fantasma.
Gli sforzi congiunti di Zwigoff, della Birch, dello scenografo Edward T. McAvoy, della costumista Mary Zophres e dello stesso Clowes, hanno dato tridimensionalità a un fumetto antieroico nella caratterizzazione e antimitologico nella narrazione.
Digressioni, sospensioni, non-gag, quadri poetici apparentemente slegati dalle logiche del plot, lo stesso happy end costruito come da manuale e poi arbitrariamente negato, sono elementi poco “funzionali” nella logica cinematografica statunitense, anche in quella indipendente. Eppure, in questo caso, restituiscono l’anima di ciò che Clowes aveva già compitamente disegnato. Così, se vogliamo entrare nel mondo di Enid e della sua amica Rebecca dobbiamo seguirle nel loro girovagare. Dobbiamo accettarle e farci accettare. Soprattutto, dobbiamo “perdere tempo” con loro, senza compromessi né spettacolarizzazioni. Solo così avremo l’occasione di partecipare alla loro disperata quanto impossibile fuga da una realtà umana e urbana sempre più irriconoscibile, sempre meno autentica.
Se, nel fumetto, Clowes adotta un tratto anacronistico per esprimere la sua disillusione riguardo alla contemporaneità, nel film è la dialettica tra costumi, scenografia musica a rappresentare il conflitto tra il variegato immaginario che lega i personaggi e la pochezza, l’insensatezza di una società che li allontana per meglio conformarli (e controllarli).
Non siamo di fronte a semplice una parodia della nostra società, né del suo distorto specchio mediatico. Questo film può farci ridere solo se la risata fa parte delle nostre difese contro il panico e la depressione. E solo se non ci aspettiamo soltanto un’altra commedia indipendente.