la Febbre

Di diabete si muore
di Simona M. Frigerio

 
  Italia, 2005
di Alessandro D’Alatri, con Fabio Volo, Valeria Solarino, Thomas Trabacchi, Gisella Burinato, Massimo Baggiani, Cochi Ponzoni, Arnoldo Foà


Due motti fanno “grande” il nostro paese: l’Italia è patria di artisti, navigatori e santi e tutti i salmi finiscono in gloria, entrambi perfetti sottotitoli per il film in questione.
Nell’universo auto-referenziale de La febbre, ogni pezzo del puzzle alla fine trova il proprio posto in un quadro stucchevole e inamovibile.
Frank Capra avrebbe approvato: Fabio Volo come James Stewart cade nell’abisso ma si salva e con se stesso riporta alla luce il “piccolo mondo antico”.
Come in una tragicommedia in cinque atti, abbiamo un’introduzione dei personaggi e dell’ambiente che ha una durata interminabile; quindi l’idillio amoroso che naturalmente travolge il protagonista e la “bella del reame”; seguono: la ribellione, l’abiezione - con inevitabile sbronza sotto una pioggia scrosciante e il grido dell’uomo solo di fronte agli elementi - e la vittoria finale nella quale tutti i personaggi trovano la loro giusta collocazione - condannati in eterno o eternamente salvati dal nostro impavido eroe, con contorno di rustico restaurato e donna incinta a completare l’idillio bucolico del ritorno a una vita più naturale, condito dal messaggio ecologista che si può creare arte recuperando la spazzatura.
Il “buonismo” di certa sinistra italiana si compiacerà nel vedere ritratta l’italietta della corruttela dei piccoli burocrati nostrani. Certamente nessun rimando ai grandi giri d’affari degli scandali Elf o di Tangentopoli ma, nel periodo in cui si deve rinnovare il contratto a milioni di statali, ecco il film sugli abusi meschini della burocrazia di un comune di provincia contro i cittadini ignari, e del superiore-burocrate contro il giovane intraprendente don Chisciotte che cerca di cambiare le istituzioni dall’interno.
Potrei continuare su questo tono per pagine intere, ma risparmierò il lettore e me stessa dall’indagare più a fondo il senso ultimo di questo filmetto carino, girato da un regista che ha appreso tutti i rudimenti dell’arte sua (tranne commettere alcuni errori di montaggio davvero imperdonabili), e nel quale, dopo i primi venti minuti in cui sembra che lo “schiaccianoci” sia solo capace di vagare sul grande schermo, si può persino apprezzare la recitazione di un non-attore che parla come se fosse nel proprio salotto, invece che davanti a una macchina da presa.
Dal film si apprende - quasi si avesse bisogno di tale dimostrazione - che l’Italia è il paese in cui si fa carriera o si è assunti solamente grazie a raccomandazioni e bustarelle, in cui le amministrazioni vessano la popolazione salvo evitare di farlo in periodo elettorale, il Presidente della Repubblica ha una specie di mania per i partigiani conosciuti in epoca di guerra, le pratiche sono approvate solamente se si olia la persona giusta nel posto giusto e dopo quarant’anni di onorato servizio, andando in pensione, si muore di attacco cardiaco per la “felicità dell’INPS” - spot involontario per il super-bonus di chi decide di rimanere al lavoro anche dopo avere maturato il diritto alla pensione.
Il neo-realismo ci ha lasciato una lezione poetica nel più alto senso della parola, perché ha modificato contenuto e forma, realizzando film dove il mondo ovattato di Hollywood cedeva il posto alla realtà del quotidiano, e la tecnica cinematografica scopriva la sfilacciatura, il non-detto, l’irrisolto, rifiutando la logica Hitchcockiana che se si mostra una forbice, prima o poi qualcuno dovrà usarla. Ora invece la commedia italiana dolce-amara ripropone il mondo perfetto dove, nonostante tutte le avversità, alla fine il bene trionfa sempre e lo fa in modo assoluto.
Sui titoli di coda, quando la voce off di Arnoldo Foà ribadisce che l’Italia è un bel paese, la melassa raggiunge un tasso insopportabile e il rischio diabetico si fa pericoloso.
La febbre è consigliato solamente a ipo-glicemici gravi.