Amore a prima svista

Io, me & Rosemary
di Luca Persiani

 
  Shallow Hal, Usa, 2001
di Bobby e Peter Farrelly, con Jack Black, Gwyneth Paltrow, Jason Alexander


Il cinema dei fratelli Farrelly è un gioco intelligente e provocatorio al massacro della correttezza. Si deve parlare e ridere "con" (e non "di") tutto, in particolare delle malattie, delle minorazioni mentali o fisiche, perché è l'unico modo per guardarle senza lenti e inibizioni. Per scoprirne l' "inner beauty", la bellezza interiore di debolezze che sono l'essenza e la peculiarità dell'individuo, e contemporaneamente accomunano tutti, perché nessuno è escluso dall'imperfezione. La teoria della sceneggiatura parla di "fatal flaw", "imperfezioni fatali", quelle crepe nella personalità o nel comportamento di un personaggio che verranno esposte, messe a dura prova e, nai casi migliori, superate nel corso dell'arco narrativo della storia. Con Amore a prima svista, i Farrelly rimangono fedeli alle loro idee e alle impostazioni classiche del racconto, e contemporaneamente le rovesciano: Hal (Jack Black), il protagonista del film, trova l'amore e supera i suoi pregiudizi (imposti dalla figura interiorizzata del padre che gli ha chiesto sul letto di morte di circondarsi solo di ragazze fisicamente splendide) accidentalmente e all'inizio del film. Il suo percorso sarà quello di convincere il mondo che la sua visione non è meno interessante, reale e positiva di quella comunemente accettata. Hal dovrà trascinare nel suo mondo e far passare attraverso i suoi occhi una realtà fisica che è certamente indubitabile e ineludibile. Ma non è fondamentale. Con un'intuizione semplicissima e splendida, i Farrelly applicano la spietata regola della suspence di Hitchcock con una piccola variante: il pubblico è da subito dentro la testa di Hal, è con lui nell'ignorare l'obesità di Rosemary (Gwyneth Paltrow). Contemporaneamente però abbiamo degli scorci della realtà fisica (inquadrature, che però non ne colgono mai il volto, della Rosemary obesa), che ci mettono in condizione di stabilire l'unicità della visione di Hal rispetto alle reazioni del mondo. Il pubblico sa qualcosa che il protagonista non sa. Ma il particolare geniale è che anche il pubblico vorrebe essere nelle condizion ignare di Hal. La tensione è sempre nell'evitare la catastrofe della conoscenza improvvisa, però non è nello sperare che Hal si accorga del suo "abbaglio", ma piuttosto che non lo faccia. Come il John Nash di A beautiful mind, Hal è affetto da una schizofrenia allucinatoria (che però nel suo caso è "benigna") che proietta sul mondo immagini inesistenti. Ma il problema di Hal e del pubblico non è che desidera di guarire, quanto invece che rischia di guarire. La "malattia" non va eliminata o accettata come una minorazione inevitabile, ma diventa una possibilità di vita migliore. E il film racconta chiaramente, spiazzandoci, come mano a mano si possano perdere pregiudizi sull'univocità della realtà senza doverne accettare un'altra in modo definitivo, convivendo in vece con la molteplicità dei punti di vista. In particolare anche Rosemary sembra affetta dalla stessa "svisione" di Hal: in una scena la vediamo parlare con la direttrice del reparto d'ospedale in cui lavora, una vecchia raggrinzita tragicamente abbigliata con appeal giovanilistico in puro stile Farrelly, che però Rosemary sembra vedere come una bella coetanea. Il film instilla il sospetto (mai confermato) che anche Rosemary possa vedere Hal oltre il suo goffo corpo impiegatesco, e che sia attatta da lui perché sa che l' "abbaglio" di Hal non è veramente tale. La realtà si frantuma in un gioco malizioso e divertente dove il piacere del racconto è tutto nella scoperta della possibilità della tolleranza della frammentazione della visione. L'inesistente corpo snello di Rosemary continua a vivere, una volta sparito, come benefica illusione nella persistenza retinica di Hal, come un fotogramma cinematografico, realtà immaginaria la cui importanza, accuratezza e plausibilità sono subordinate alla qualità ed eficacia dell'emozione che genera. Il "superficiale Hal" ("Shallow Hal", come recita il titolo originale del film), devoto al culto di corpi femminili perfetti (corpi che il film mostra generosamente non avendo la minima intenzione di negarne il fascino), si innamora. La solitaria Rosemary, confinata ad una vita di deserto emotivo di coppia dal corpo più imperfetto possibile, si innamora. E il film dimostra che alla fine di tutti i giochi, crudeli o bellissimi che siano, dopo aver sondato i punti di vista più assurdi, questa sembra essere l'unica cosa veramente importante. Sorprendentemente la spietata, inoppugnabile risata dei fratelli Farrelly fa passare nel modo più divertente e dissacrante (memorabile la battuta di Mauricio, l'amico di Hal: "mi è uscito Barry White dal culo!"), credibile e commovente possibile la lezione più vieta e bistrattata del mondo: "all you need is love".