Miklós Rózsa
Double life
di Giuliano Tomassacci

 
 
Dal continuo sforzo nell’assurgere ad incontrastata ed allettante fabbrica di sogni in cui Hollywood si impegnò nei gloriosi giorni d’oro che furono, affiorarono spesso bizzarrie senza precedenti, degne di un’industria in maggior parte dominata da una vincente politica di conciliante e approssimativa indulgenza descrittiva piuttosto che da uno scrupolo di disinteressata autenticità, visti soprattutto i lusinghieri tornaconti che una tale linea produttiva riusciva a garantire. Capitava così che ad un compositore ungherese venisse commissionata l’ardua ricreazione di dubbie culture musicali romane, ebraiche o spagnole da inserire a commento di film americani. Il fenomeno nel quale Miklós Rózsa si è insomma venuto a trovare altro non è che uno dei più rappresentativi compromessi da sempre alla base di quella magia illusoria chiamata Cinema. La fortuna, per l’establishment, fu di trovare in Rózsa un musicista tutt’altro che approssimativo o frettoloso, che si impegnò nella mansione assegnatagli avvalendosi delle virtù già insite nella sua idea musicale: l’accuratezza di ricerca e l’eleganza dello stile. Con lui il compromesso cinematografico si assicurava la necessaria dignità.

Cenni biografici
I primi segnali di una prorompente passione musicale si manifestano, nel giovanissimo Rózsa, sotto forma di una collezione di canzoni tradizionali, raccolte con cura durante la prima infanzia trascorsa nella tenuta rurale di famiglia a Budapest, dove il musicista era nato il 18 Aprile del 1907. Questa iniziale occupazione rappresenta il germe della futura inclinazione filologica che troverà ampio sviluppo nel suo operato cinematografico.
Ancora tra le mura domestiche, Rózsa viene istruito al pianoforte dalla madre, allieva di Bartók all’Accademia di Budapest; si aggiungeranno in seguito le lezioni dello zio Lajos Berkovits indirizzate alla viola e al violino, strumento subito prediletto dal musicista tanto da suonarlo con disinvoltura a soli sette anni (interpreta un movimento dal Concerto per violino di Mozart). Sempre nel 1914 è già a suo agio con la composizione. Le doti dell’artista prodigio sono quindi ormai ampiamente emerse, e Rózsa ottiene un’altra conferma al suo talento quando, presso il liceo di Budapest, viene eletto presidente della Società Franz Liszt. Nonostante ciò, la strada verso il Conservatorio di Lipsia non è priva di ostacoli; il compositore vi giunge infatti soltanto dopo un anno universitario dedicato alla chimica, risultato delle pressioni inflitte dal padre, un industriale, diffidente nei confronti di una carriera musicale. Finalmente al Conservatorio, Rózsa si affida ai prestigiosi insegnamenti di Theodor Kroyer e Hermann Grabner, di cui diventerà assistente. Nel 1929, anno di conseguimento del suo dottorato, il musicista ungherese è intensamente impegnato nella composizione, mentre alcuni dei suoi lavori da camera vengono già eseguiti in tuta Europa. Il vero successo in ambito concertistico – a cui in quel periodo Rózsa era unicamente interessato, vista la pressoché totale indifferenza al cinema – si affaccia però soltanto nel 1934, quando, stabilitosi a Parigi da due anni, il compositore presenta il suo Tema, Variazione e Finale, Opus 13 (revisionato definitivamente nel ’66). L’opera gli assicura il riconoscimento internazionale, così come il balletto Hungaria, composto due anni dopo, gli offre la possibilità di spostarsi a Londra. E’nella capitale inglese che il cinema apre finalmente le porte a Miklós Rózsa.
Segnalato da Jacques Feyder, rimasto favorevolmente impressionato dal suo balletto, il compositore entra in contatto con Vincent e Alexander Korda, con i quali inizia una collaborazione di grande soddisfazione. Alla sua prima esperienza cinematografica, Knight without Armour (La Contessa Alessandra, 1937, di Feyder), Rózsa si avvicina con tutta l’umiltà e la dedizione del grande artista, arrivando a consultare un libro per acquisire i fondamentali tecnici della musica da film (pare, comunque, che durante il suo soggiorno parigino il compositore abbia beneficiato degli insegnamenti cine-musicali di Arthur Honegger). Con lo scoppio della guerra, la situazione in Inghilterra si fa problematica e i fratelli Korda, a lavoro su The Thief of Bagdad (Il Ladro di Bagdad, 1940, di Berger-Whelan-Powell) accettano l’offerta di finanziamento della United Artists. La produzione si sposta quindi negli Stati Uniti, così come Rózsa – ingaggiato per le musiche del film – che nel ’40 fa dunque il suo ingresso ad Hollywood. Sul suolo americano il musicista non tarda a giustificare le sue credenziali, intessendo per Double Indemnity (La Fiamma del Peccato, 1944, di B. Wilder) e The Lost Weekend (Giorni Perduti, 1945, di Wilder) due score di grande efficacia, caratterizzando, con vasto consenso, il genere noir. Sebbene entrambe le pellicole appartengano al catalogo Paramount, Rózsa non lavora per lo studio con il classico contratto in esclusiva, arrivando all’associazione vincolata soltanto nel 1949, quando firma con la MGM, evidenziando in questo senso una percorso professionale inverso rispetto alla maggioranza dei suoi colleghi. Il contratto con la Metro rappresenta un punto di svolta. Dal 1951, quando il compositore mette mano a Quo Vadis (di M. Le Roy), il modo di intendere la musica per il genere peplum, storico-biblico non è più la stessa. Proprio con il film di Le Roy e con quelli che seguiranno nello stesso filone, il musicista ungherese apporterà il suo più grande e memorabile contributo alla storia del cinema. Pur fortemente impegnato dal suo studio, Rózsa non perde di vista il panorama musicale classico, componendo nel 1953, su commissione di Jascha Heifetz, il celebre Concerto per Violino; il componimento si rivelerà inaspettato punto d’incontro tra spettacolo e concerto quando Wilder chiederà al musicista di adattarlo a musica di commento per il suo The Private Life of Sherlock Holmes (La Vita Privata di Sherlock Holmes) nel 1970. L’anomala trasformazione della musica da film durante gli anni ’60, costringe poi Rózsa a concentrarsi quasi esclusivamente sulla carriera concertistica e all’insegnamento presso l’Università del South California (dal ’46 al ’65). A settantacinque anni musica il suo ultimo film, Dead Men Don’t Wear Plaid (Il Mistero del Cadavere Scomparso, 1982, di C. Reiner), poi il ritiro e la morte, per colpo apoplettico, il 27 Luglio 1995 a Los Angeles. Personaggio tra i più longevi della sua generazione, Miklós Rózsa era stato onorato con tre Oscar, un premio César per le musiche di Providence (1977, di A. Resnais) e, dalla sua città natale, con il Premio Franz Joseph. Nella stagione della vecchiaia aveva dimostrato apertura ed interesse alle nuove correnti autoriali, lavorando, oltre a Resnais, con Demme (Last Embrance-Il Segno degli Hannan) e Meyer (Time After Time-L’Uomo Venuto dall’Impossibile). Era lo stesso interesse che lo aveva distinto sin dagli esordi.

Opere e forma
L’autobiografia di Miklós Rózsa s’intitola “Double Life”. Creando un gioco di associazione con il film A Double Life (Doppia Vita) di Cukor, da lui musicato nel 1948, il compositore mirava, con questa denominazione, ad enfatizzare la sua netta divisione professionale tra il cinema e la concertistica. Il titolo comunque si offre con facilità anche per una classificazione circoscritta alla sola carriera cinematografica.Una rapida scorsa alla filmografia del musicista evidenzia infatti due ‘vite’ musicali differenti, sommariamente confinabili nei principali generi filmici a cui Rózsa fu associato nell’arco della sua venerabile carriera, filoni a loro volta suddivisibili in altrettante variazioni. Fondamentale e tutt’ora maggiormente caratteristico dell’opera rozsiana, è quello riconducibile al dramma in costume, soprattutto nella sua variante religiosa, e al plot d’avventura di stampo fiabesco. E’ quest’ultima variante ad occupare inizialmente il compositore, durante i preziosi anni di collaborazione con i Korda. Sono gli esordi nella musica da film e lungometraggi come Knight Without Armour, The Four Feathers (Le Quattro Piume, 1939, di Z. Korda) e The Thief of Bagdad godono in pieno del vasto romanticismo e della varietà di strumentazione allora congenita al musicista ungherese. Le necessarie coloriture esotiche richieste dai film in questione si dimostrano di facile composizione visti i precedenti studi dell’artista sul repertorio folkloristico nativo. Rózsa doveva aver ben capito la natura infantile dei progetti e il loro target fruitivo d’eccezione, quando nella stesura delle pagine a commento di The Jungle Book si applicò in un’orchestrazione semplice e schematica, attribuendo ad ogni animale in scena un preciso corrispondente sonoro: un contrabbasso per l’orso Baloo, sassofoni per le iene e altisonanti tromboni per gli elefanti. La sua padronanza del materiale tematico assicurava poi il miglior soddisfacimento del pubblico giovanile. Dalla partitura, il musicista trasse in seguito una suite concertistica con testo narrato, affidato prima al protagonista della pellicola Sabu e poi a Leo Glenn. Convocato per Quo Vadis – il primo di una serie di sword and sandal che costelleranno il secondo frangente della sua prima ‘vita’- Rózsa passò in rassegna alcune delle precedenti e più illustri produzioni a tema biblico riconoscendone l’inadeguatezza delle scelte musicali, contraddistinta in particolar modo dal deliberato, anacronistico accostamento di patrimoni melodici e periodi storici in realtà inconciliabili.Questa sostanziale disapprovazione spinse il compositore ad un lavoro di documentazione riguardante le principali epoche alla base delle sceneggiature propostegli. La ricerca della cultura musicale vigente durante l’impero romano si rilevò presto infruttuosa, vista la scarsità di documenti disponibili, e Rózsa ripiegò coerentemente sui modelli greci, dai quali la cultura romana aveva praticamente ricavato i propri. Il piglio filologico si estese alla meticolosa ricostruzione di strumenti musicali tipici dell’età dell’impero, dei quali il musicista si servì con successo per la composizione delle musiche di scena e delle frequenti marce militari; gli esiti finali dell’attento lavoro rozsiano rappresentano tutt’oggi, nella memoria collettiva, l’unica riesumazione possibile della musica di quei tempi. Kolossal come il citato Quo Vadis e King of the Kings (Il Re dei Re, 1961, di N. Ray) necessitavano comunque, oltre alla giusta coloritura storica, di score potenti e altamente drammatici; Rózsa rispose ricorrendo ad uno stile magniloquente, ad una composita concatenazione tematica e ad un’orchestrazione abilmente sospesa tra le robuste ritmiche della sezione ottoni-percussioni e il patos estremo degli esasperati archi. La partitura redatta per Ben Hur (1959, di W. Wyler), premiata con l’Oscar e registrata in parte a Roma (città amata dal cineasta), rappresenta l’esempio più compiuto di questa espressione musicale.Nella stagione “storica” del compositore rientrano anche Ivanhoe (1952, di R. Thorpe) e El Cid (1961, di A. Mann) , durante la preparazione del quale l’artista visitò Madrid ed ottenne l’accesso agli archivi musicali ispanici. L’altra ‘vita’di Miklós Rózsa fu vissuta nell’ambito del dramma tipicamente americano, anch’esso scindibile in due generi fondamentali: il noir e l’introspettivo psicologico. Al primo Rózsa fu introdotto da Billy Wilder, che lo volle sul podio di Double Indemnity e The Lost Weekend. L’approccio risultò scarno ed essenziale, con sfumature di denso romanticismo e venature misteriose, a tratti dissonanti, ottima esaltazione delle fosche atmosfere dominanti nei soggetti.Interessante come per Double Indemnity la Paramount non fosse inizialmente soddisfatta dello score inciso da Rózsa, giudicato brutto e privo di attrattiva; il compositore, che riteneva il film di Wilder una storia popolata da “personaggi sgradevoli che si scambiano crudeli dispetti”, interpretò il giudizio come un successo personale. The Lost Weekend rappresenta il punto di contatto con il dramma psicologico. Per tradurre musicalmente i deliri del protagonista afflitto dall’alcolismo, Rózsa introdusse nell’orchestrazione il theremin, strumento elettronico in grado di fornire risultati acustici particolarissimi e che sarebbe presto entrato nel vocabolario musicale del genere fantascientifico. Sempre allo strumento di origine russa il compositore tornò poi nel suo score per l’unica collaborazione con Hitchcock, Spellbound (Io ti salverò, 1945), affiancandolo ad un memorabile tema d’amore. Al di fuori di questa doppia vita, Miklós Rózsa seppe accostarsi con efficacia e passione ai generi più disparati e la sua sensibilità musicale ha trovato fertile terreno tanto nell’universo apocalittico di The World, the Flesh and the Devil (La Fine del Mondo, 1958, di R. MacDougall) quanto in quello pittorico di Van Gogh (Lust for Life-Brama di Vivere, 1956, di V. Minnelli). Forse proprio per questo Franz Waxman lo definì “il miglior compositore cinematografico”.

Collaboratori
Eugene Zador (orchestratore)

Discografia relativa
Ben Hur, original score – Rhino Records 72197
El Cid – Koch International 37340-2
Spellbound – Stanyan Records
Miklos Rozsa:Hollywood Legend, dirette da Elmer Bernstein – Varese Sarabande

Premi Oscar
Spellbound
A Double Life
Ben Hur